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Ogni “Cassazione” è bello a mamma sua


Ci sono in giro dei ragazzi bravi a scrivere, molto bravi.
Sono italiani ma hanno nomi strani come Luther Blisset, o, più recentemente, Wu Ming.
Sono in parecchi, quattro, cinque, chissà… e scrivono romanzi a più mani. Dopo essere stato rapito da “Q” di Luther Blisset, sono passato a “54” di Wu Ming. Mescolano un po’ di finzione con molta storia e – parlando del passato – fanno costante riferimento all’oggi, al sempre.

A pagina 118 di “54” sono stato colpito da un passaggio nella descrizione di un personaggio, un povero diavolo, che mi ha immediatamente ricordato un uomo pubblico che ufficialmente è tutto tranne che un emarginato, al contrario, è ascoltatissimo. La differenza è che il nostro lo prendono tutti sul serio e non hanno capito, o fanno finta di non capire, che non è altro che un “Cassazione” come tanti. Peggio per tutti.

Ecco il brano da “54” di Wu Ming:
“Guardate che quello lo chiamano così, Cassazione, perché un giorno vi dice una cosa e il giorno dopo vi dice il contrario, cambia parere, come fa il giudice della Cassazione, appunto, quando dice che un altro giudice ha sbagliato, che bisogna rifare il processo. Insomma, lui è la Cassazione di se stesso, fa e disfa, dice e contraddice, è famoso per quello, chiedete in giro, non bisogna dargli retta, mai, domani lo riacciuffate e vi dice che quelle cinquemila lire gliele ha date la principessa Soraya, quella bella signora, per elemosina, e il giorno dopo vi racconta che ha pregato San Gennaro e, zàcchete, se le è ritrovate in tasca, per miracolo.”

Pereira

Pereira

348 articoli su Radio Pereira. <a href="https://radiopereira.it/io-sono-pereira/"><strong>Della prima parte della mia vita</strong></a>, molti di voi già sapranno grazie ad Antonio Tabucchi, della seconda invece pochi sanno. Per carità, non che ci sia molto da dire ma visto che i ragazzi della redazione insistono... Venni qui dopo un lungo peregrinare da un paese all’altro, fuggendo da quel paese senza libertà che era diventato il mio paese, il Portogallo, negli anni ‘30. Arrivai subito dopo la guerra e mi trovai così bene da decidere di rimanere. La gente allora era accogliente, nel paese si respirava – grazie al clima di dopoguerra – una voglia straordinaria di fare, di ricostruire e anche io diedi il contributo. Oggi si direbbe che lo diedi da “straniero”, da “migrante”. Ma ero poi così straniero, cioè “estraneo” a questo paese? forse no, visto che sono ancora qui e considero questo paese come l’altra mia patria. <a href="https://rp.liberstudio.com/2008/07/25/il-cantante-vasco-e-la-questione-dell%E2%80%99identita/"><strong>Vedi anche questo post</strong></a>

1 commento

  1. Ma chissà chi è… 🙂 il problema è che quello vero non si è “ritrovato” in tasca solo cinquemila lire, putroppo per noi.