La prima volta che ho ascoltato Benda Bilili è stato in tutti i sensi un “ascolto distratto”. Stavo leggendo uno dei miei blog preferiti (dopo RP, ça va sans dire) e in cuffia, a volume ragionevolmente basso, musica di ogni genere compilata da un caro amico, uno di quelli “fidati”, da ogni punto di vista. I brani dell’album di esordio “Très très fort” scorrono via freschi e leggeri come rugiada, in una alchimia ben bilanciata di suoni sospesi tra rhumba, reggae e funk.
Poi arriva “Je t’aime” e il mio ascolto si fa più attento. Uno strano suono di chitarra (penso io) si insinua nella trama ipnotica creata dalle percussioni e dalle voci. E in questo stato di trance mistica riesco persino a vedere ed udire lo spettro di James Brown. Anche senza l’aiuto di sostanze psicotrope.
“Giancarlo non stai troppo bene, vai a fare due passi all’aria aperta”, dico a me stesso. Ma poi la curiosità mi trascina sulle pagine del web e mi perdo irrimediabilmente tra le note e i colori della band. Questi signori vengono da Kinshasa, nel Congo, vivono nei dintorni dello zoo e hanno, oltre alla passione per la musica e per la vita, una caratteristica in comune. Quasi tutti sono affetti da polio e si muovono su carrozzelle customizzate costruite con materiali di riciclo, vecchie biciclette abbandonate, meccanismi dimenticati.
Gli altri, quelli diversamene fortunati, sono ragazzi di strada e pure i loro strumenti vengono forgiati utilizzando il…nulla più profondo. Scopro così che il suono di chitarra che mi aveva insospettito è prodotto da una singola corda che è montata su un barattolo di conserva e un bastone di legno trovato tra i rifiuti.
Benda Bilili significa “guardare oltre le apparenze”. Sono loro la voce amplificata della gente di Kinshasa, sono loro che ne rivendicano i diritti cancellati da sempre, loro che esortano ad usare il vaccino per la polio, sempre loro a rendere visibile il disagio dei ceti più poveri che vivono nelle bidonvilles. Una perfetta lezione di vita, di giornalismo e di coraggio. Tutte servite in un unico piatto.
I diretti interessati sono pregati di prendere nota.
[youtube VaTZ5gAzkCY 520]
So bene Giancarlo quale fosse il tuo intento, ma da una parte o dall’altra,la lezione è arrivata, credimi. Forse perchè anch’io, ascoltatrice molto distratta, dopo saputo da te dei nostri amici africani mi sono sentita per un po’ come Chicca72 o Supermax…
Forse non riesco a rendere loro omaggio per la loro bravura artistica perché, come sai, mi intendo davvero poco e un mio commento sarebbe davvero banale; ma la loro storia mi ha davvero colpito. Ed è per questo che aspetto con ansia che quella tua “alchimia” di parole e musica che è il tuo “magic carpet” vada in onda.
Nel frattempo ho ovviamento già visitato il link che mi hai segnalato.
E’ sempre un piacere leggerti.
Caterina
NB. da prof, del Bignami ne ho sempre solo sentito parlare 🙂
No Caterina, nessuna lezione di nessun genere, per carità. Casomai sono i nostri amici africani, magari senza nesun intento di quel genere, che riescono a farci uno stage intensivo di come si sta al mondo.
Io credo credo che se imparassimo ad essere meno superficiali (mi metto comodamente nella lista) potremmo
apprezzare di più ciò che abbiamo e lamentarci di meno per ciò che ci manca.
Vedi Facebook, per esempio. La mini storia di questo eroico gruppo è stata pubblicata da me e riproposta da
alcuni amici. Con un calcolo approssimativo con Benda Bilili sono arrivato sulla home di più di un
migliaio di persone. Nessuno, a parte alcuni compagni di avventura del blog, hanno cliccato su “mi piace”.
Però poi, se spulci tra le notizie degli altri, trovi tutto il Bignami (e tu Caterina, da brava prof, sai cos’è un Bignami, nevvero?)delle banalità cosmiche e trovi che a frotte si sono precipitati (con il ditino, costa poco e non impegna) a manifestare interesse e partecipazione. Trovi che Chicca78 oppure SuperMax sono stanchi ed annoiati perchè fuori piove e devono assolutamente comunicarlo al mondo intero, cosicchè tutti i suoi pseudo amici siano partecipi del suo dolore e solidali nell’affrontare la disgrazia. 🙂
In queste persone, parlo ancora di Staff Benda Bilili, c’è la chiara e nitida dimostrazione che i problemi, quelli veri, esistono.
E si possono affrontare, ma ci vuole coraggio e determinazione, altrimenti non si fa troppa strada.
Tornando a noi, sono contento ti sia piaciuta questa piccola e resistente storia, così come ha affascinato me.
Forse tornerò a scrivere su Benda Bilili, magari attraverso Magic Carpet, il mio spazio su questo blog, chissà. Tu nel frattempo, se non riesci ad aspettare, puoi approfondire leggendo questo
un abbraccio
Non solo lezione di musica per noi questa volta,Giancarlo: anche lezione di vita. Grazie!
Perchè non ci parli ancora di loro?
Caterina
In realtà non volevo dare sfoggio delle mie incalcolabili conoscenze e ho preferito essere descrittivo. Onde permettere a tutti, ma proprio tutti, di capire di cosa si stava parlando. 🙂
Per amor di precisione e dietro giusta sollecitazione dirò che lo strumento si chiama “berimbau” ed è molto utilizzato nella tradizione musicale brasiliana.
Spero che Il Pulitore intendesse proprio questo, anche se in realtà il classico berimbau non è fatto con un barattolo di latta.
Il nostro commentatore già conoscerà, quale raffinato estimatore, il brano, composto da De Moraes, che deve il suo titolo a questo strumento. Suggerisco, a chi ne fosse incuriosito, oltre alle più conosciute versioni di Astrud Gilberto e Baden Powell, quella del meno conosciuto Mandrake Som. A mio modesto avviso la più intrigante del gruppo.
Grazie di cuore a Barbara e al caro (stranamente benevolo) Pulitore per il loro apprezzamento.
Grazie anche da parte mia.
(il barattolo riusato e dotato di corda mi pare abbia un nome suo proprio. Aspetto lo trovi e lo aggiunga, così, per amor di precisione:)
grazie a Gianca per l’ascolto che distratto non può essere… neanche volendo… fantastici…