Speciale Chernobyl

Immaginate una ragazza. Normale. Altezza media, peso medio, tendente al magro. Aspetto normale. 
Per motivi di studio e ricerche deve recarsi a Trieste per un solo giorno. Toccata e fuga. Quella mattina si alza presto per prendere il treno. Il tempo non è un granché, minaccia pioggia e lei non ha pensato di prendere l’ombrello, non c’è abituata. A Bologna, la sua città, ci sono i portici e l’ombrello si usa poco.
Ha un programma molto fitto di spostamenti per reperire informazioni e documenti. Appena uscita dalla stazione si dirige verso la sua prima tappa, a piedi. Un nuvolone carico di pioggia, proveniente da nord est, la sorprende lungo il tragitto.
Ma dove sono i portici?

E’ un breve nubifragio, ma lei è bagnata fino alle ossa. Vabbè, pensa, al massimo mi prenderò un raffreddore, non è neppure freddo, siamo già a maggio. Così va al suo primo appuntamento e poi a un altro e così via, i vestiti sono ancora umidi nel pomeriggio quando riprende il treno per tornare a casa.

Dopo qualche settimana la ragazza nota un po’ di pancetta e si pesa sulla bilancia di casa. E’ cresciuta diversi chili. Strano, pensa, non mi sembra di aver cambiato le mie abitudini alimentari, di recente.
Passano le settimane e l’aumento di peso persiste, nonostante la dieta rigida alla quale si è sottoposta. 20, 30, 40 chili in poco tempo. Si rivolge ad un medico, poi ad un altro e un altro ancora. Alla fine un professore esperto di certe questioni le farà un’anamnesi più accurata degli altri e collegherà la malattia metabolica improvvisamente manifestatasi con quell’acquazzone preso a Trieste.

Era di maggio. Era il 1986.
Il professore spiega che le nuvole avevano trasportato quantità abnormi di particelle radioattive sprigionate dall’incidente nucleare di Chernobyl e intrappolate nel vapore acqueo, determinando una pioggia altamente radioattiva su Trieste. L’aver tenuto i vestiti bagnati addosso per molte ore fece il resto.
Quella ragazza è una mia amica.

Pereira

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