Il costo reale del nucleare: cosa insegna una catastrofe come Chernobyl?
25 anni ed un giorno or sono, la catastrofe di Chernobyl atterrisce il mondo. Poco più di un mese fa, Fukushima riaccende il terrore radioattivo. Il mondo ricorda il passato, teme il presente, e frena ovunque sui programmi di sviluppo del nucleare. In Italia, i cittadini indicono un referendum per questo scopo, ma il governo tenta di disinnescarlo, come fosse una bomba, proponendo emendamenti alle leggi che riporterebbero le centrali atomiche sul nostro territorio. Dopo qualche giorno di menzogne – nei quali vari membri del governo continuano a confermare l’intenzione di un reale abbandono del nucleare – ieri, proprio nel 25° anniversario di Chernobyl, con incredibile e strafottente tempismo, il premier Berlusconi getta la maschera, ed ammette di puntare ancora su un futuro atomico per l’Italia. Confessando il vile tentativo di sabotare il referendum – e quindi l’espressione più democratica della volontà degli italiani – dichiara appunto che i suddetti emendamenti sono un semplice pretesto per rimandare l’avvio del programma nucleare a quando negli animi degli italiani si saranno raffreddate le paure post-Fukushima.
Preferendo commemorare quanto avvenuto a Chernobyl 25 anni fa in un altro modo, penso che la maniera migliore per tributare omaggio alle sofferenze di tutte le migliaia di persone, toccate da quella terribile catastrofe, sia ripristinare il ricordo di quel tragico evento, e soprattutto riproporre il suo mortale insegnamento.
26 Aprile 1986, ore 1:23
A Chernobyl, in Ucraina – allora ancora uno stato dell’URSS – si verifica al reattore numero 4 della locale centrale atomica il più terribile incidente nucleare della storia. Un semplice test dei sistemi di sicurezza del reattore – eseguito per verificare se, in caso di perdita di potenza, la turbina fosse in grado di far funzionare le pompe di raffreddamento fino all’attivazione dei generatori di emergenza – si trasforma in un disastro, innescando una terribile esplosione, che scoperchia il tetto dell’edificio. Le temperature arrivano subito ad oltre 2.000°C, facendo fondere le barre di combustibile. Prende poi fuoco la grafite del reattore, provocando un incendio che durerà 9 giorni. I primi tentativi di spegnimento mirano a versarci sopra acqua ma, vista l’inutilità, dal 27 aprile al 5 maggio, elicotteri militari gettano sul reattore stesso 2.400 tonnellate di piombo e 1.800 tonnellate di sabbia, per provare a domare il fuoco ed assorbire le radiazioni. Anche questo si rivela fallimentare, anzi peggiora addirittura la situazione: il calore si accumula sotto al materiale scaricato. La temperatura nel reattore cresce ulteriormente, insieme alla quantità di radiazioni emesse. Si arriva al raffreddamento del nocciolo solo dopo molti giorni, con l’azoto. Otto mesi dopo l’incidente, nel novembre del 1986, viene usato un sarcofago di cemento armato per ingabbiare il reattore, e fermare il rilascio di altre radiazioni nell’atmosfera. Ma le mortifere emissioni hanno già ammorbato più di un continente, arrivando ad un’area comprendente ampie zone della Scandinavia, la Grecia, l’Europa centrale e orientale, la Germania, la Svizzera, il nord della Francia e la Gran Bretagna; la nube radioattiva raggiunge anche gran parte dell’Italia. La zona contaminata intorno a Chernobyl – una parte della Bielorussia, della Russia e dell’Ucraina – è pari a circa metà del territorio italiano; 7 milioni di persone – di cui quasi la metà sono bambini – vengono evacuate o perdono le loro case e le loro terre.
Quali sono state poi le conseguenze di questo tremendo evento?
Si è stimato che l’incidente di Chernobyl abbia rilasciato nell’atmosfera, solo nei primi 10 giorni, una quantità di radiazioni centinaia di volte superiore a quella delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Ancora oggi numerosi campioni eccedono i limiti ammessi di radioattività negli alimenti e nei pascoli bovini. Nell’intera Ucraina le verdure oggi consumate – almeno dai più abbienti – vengono tutte importate. Una curiosità: sembra che la Germania spenda 250.000 euro all’anno per risarcire i propri cacciatori di orsi, costretti a consegnare parte delle loro prede perché radioattive, da destinare quindi all’incenerimento.
Uno studio commissionato da Greenpeace nel 2006 ha calcolato, su dati bielorussi, che i casi di cancro dovuti alla contaminazione di Chernobyl sono stati 270.000, di cui 93.000 letali. Agli altissimi costi sociali ed ambientali, si aggiungono quindi altrettanto devastanti costi sanitari. Quasi impossibile invece definire quale è stato il costo economico di un incidente di tale portata. La Bielorussia stima che l’impatto sulla sua economia ammonterà, al 2016, a 235 miliardi di dollari; quello dell’Ucraina, al 2000, era di 148 miliardi di dollari; già negli anni ’80 l’URSS stimò che i costi legati a Chernobyl sarebbero ammontati a 358 miliardi di dollari. Inoltre i costi per la messa in sicurezza lievitano di anno in anno.
Un nuovo sarcofago per il contenimento del reattore, che rimpiazzi il vecchio non più ermetico, è in preparazione, e dovrebbe costare 1,2 miliardi di dollari, ma la Commissione Europea ha fatto sapere che alcune componenti del progetto hanno già raddoppiato i costi preventivati. La European Bank for Reconstruction and Development, che doveva raccogliere 750 milioni di dollari dai vari stati, come contributi per la ricostruzione post-catastrofe, ne ha reperiti solo 550, ed ha ammesso che trovare altro denaro, in questa fase di crisi globale, risulta essere “una grande sfida”.
L’Europa parteciperà con 110 milioni di euro. Considerate invece che uno dei principali finanziatori era il Giappone, che ora ha da investire per riparare al suo, di disastro nucleare.
Sono questi sopraelencati i principali, gravissimi, costi umani, ambientali, sociali ed economici, per le comunità coinvolte dalla catastrofe di Chernobyl, che rappresentano bene i danni arrecati dalla perdita di controllo di una centrale nucleare. Fukushima ne è un altro esempio quasi coincidente.
E’ il caso di aggiungere che questi due non sono gli unici incidenti ad aver acquisito un livello di pericolosità altamente elevato per l’uomo.
Se è vero infatti che Chernobyl e Fukushima – dove siamo attualmente di fronte ad una fuoriuscita di plutonio, con un’allerta che ormai coinvolge la città di Tokio, a 240 km dall’impianto nucleare – hanno raggiunto il massimo grado della scala (INES) che misura i danni da radioattività, ovvero il grado 7, equivalente ad incidente catastrofico, al livello appena inferiore si sono piazzati diversi altri episodi, ritenuti sempre di estrema gravità, ma spesso tenuti lontani dall’opinione pubblica. Il più noto è forse quello accaduto nel 1979 a Three Miles Island, in Pennsylvania, negli USA, nella centrale omonima, ma possiamo annoverare in questi tragici annali anche l’incidente di Kyštym-Majak, sempre in Russia, del 1957, ma anche quelli di Chalk River, in Ontario, nel Canada, del 1952, o quello di Windscale, sempre del 1957, in Gran Bretagna, o anche il più recente di Goiânia, in Brasile, del 1987. Non sono quindi assolutamente vere, come potete ben vedere, le statistiche che assegnerebbero probabilità scarse di accadere agli incidenti nelle centrali nucleari, civili o militari che siano.
Volendo poi fare un bilancio dei costi del nucleare, a quelli conseguenti ad un malfunzionamento, come nei casi suddetti, dobbiamo sommare pure quelli ordinari, sempre elevatissimi, come quelli relativi allo smaltimento delle scorie radioattive. Ma prima ancora perchè non considerare le spese necessarie alla stessa costruzione delle centrali (ed al successivo smantellamento, ugualmente da prevedere), talmente ingenti da non venire neanche prese in considerazione dalle aziende private, senza l’intervento di aiuti economici statali. O i costi necessari alla difesa dei siti radioattivi, specialmente oggi che esiste un alto rischio terroristico. Pensate che le stesse assicurazioni non accettano di coprire le centrali nucleari.
Di fronte a tutti questi elementi negativi, ha un qualche senso portare ancora avanti una politica energetica che faccia affidamento sull’atomo? Come si sta ancora facendo in Italia, a dispetto di una opinione popolare nettamente contraria? Conta qualcosa forse il volere di quella potente lobby che punta a guadagnare sulla costruzione delle centrali? Ma soprattutto: serve veramente un piano energetico basato sull’atomo? E’ semplicemente questo che dovrebbe chiedersi un governo, serio e soprattutto onesto.
Vediamo di rispondere noi, brevemente, a quest’ultimo interrogativo.
La capacità elettrica del nostro stato ammonta ad oltre 100mila MW, a fronte di un picco massimo di domanda, raggiunto nel 2007 e mai più avvicinato, di 56mila MW.
Le 4 centrali nucleari in previsione per l’Italia produrrebbero meno del 5% dell’energia nazionale. Con una elementare campagna di risparmio, operata aumentando l’efficienza energetica degli edifici pubblici e privati, e riducendone la dispersione e gli sprechi, se ne potrebbe recuperare almeno il 15%, creando oltretutto molti più posti di lavoro che con la costruzione delle centrali.
Vorrei aggiungere che quelle di quarta generazione, che dovrebbero essere più sicure, sono solo un lontanissimo miraggio, e che invece l’uranio necessario ad alimentare quelle attuali è destinato ad esaurirsi in poche decine d’anni, come il petrolio.
Nel recentissimo Energy Report, realizzato dal WWF Internazionale e da Ecofys, si dimostra invece che in 4 decenni potremmo avere delle economie floride e una società interamente alimentata da energia pulita, a basso costo e rinnovabile, nonché una qualità della vita decisamente migliore.
In Italia invece, proprio per perseguire l’improvvida strada del nucleare, un decreto ha addirittura recentemente colpito proprio gli incentivi alle energie rinnovabili, mettendo a rischio l’intero settore, oltretutto tra i pochi in crescita in questo periodo, e che porta lavoro, compreso l’indotto, a circa 100mila persone. A questo proposito lo stesso commissario Ue all’Energia, Gunther Oettinger, è arrivato a ricordare al ministro Romani, autore del suddetto decreto, che «le modifiche alla disciplina degli incentivi per le rinnovabili (…) sollevano serie preoccupazioni tra gli investitori, sia nazionali che internazionali» aggiungendo che «destano la mia preoccupazione».
A giudizio di Oettinger «risulta perciò fondamentale che il governo italiano crei quanto prima un quadro interno d’incentivazione chiaro, stabile e prevedibile per garantire lo sviluppo delle rinnovabili».
Nutro seri dubbi che gli appelli al buon senso della comunità internazionale possano sortire qualche effetto sul governo italiano, anzi direi che non ne ho proprio la minima speranza, guardando alla sequenza di eventi che ha caratterizzato gli ultimi tempi, oltretutto con il disastro di Fukushima davanti agli occhi. Dal decreto taglia-incentivi per le rinnovabili, agli emendamenti-trappola per far fallire il referendum – che abrogano solo le disposizioni sottoposte a referendum ma non l’intero complesso di norme sul nucleare – si finisce infatti con lo scandalo, indegno per una democrazia, della Commissione di vigilanza della Rai, che non ha ancora approvato il regolamento sulle trasmissioni per i referendum, censurando di fatto gli stessi, e precludendo ai cittadini un costituzionale diritto all’informazione.
Chiudiamo con le preoccupazioni, che sono anche le mie, del Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-moon: recatosi a Chernobyl per l’anniversario dei 25 anni del disastro, ha affermato che “dobbiamo chiederci se abbiamo calcolato i rischi ed i costi dell’energia nucleare e se stiamo facendo il necessario per preservare la popolazione mondiale”.
L’insegnamento di Chernobyl, e di tutti gli altri disastri nucleari, non pare essere stato minimamente recepito da chi ci governa.
Siamo noi cittadini, soli ormai, a dover rendere giustizia alla memoria di tali eventi, ed alle nostre coscienze ed intelligenze.
Cominciamo dai nostri comportamenti, evitando di consumare e sprecare energia inutilmente, e finiamo con il reclamare i nostri diritti, andando a votare il 12 e 13 giugno ai referendum!!!
Everardo Dalla Borsa
@Everardo
Ho sentito dire che, se passasse il referendum e vincesse il sì,si abrogherebbero anche i decreti
relativi alla attuale moratoria di 24 mesi.
E probabilmente è questo il motivo per cui
verrà cancellato.
Ormai il referendum è uno strumento teorico.
Il Governo può sempre dire “voglio approfondire con una
nuova legge”.
Comunque alle prossime politiche voglio vedere se
i due schieramenti si pongono da parti nettamente opposte sul nucleare.
Di Pietro e Vendola sembrano convinti.
Bersani invece deve fare ancora il salto definitivo.
A mio parere chi ripropone il nucleare ….perde le elezioni.
Totalmente d’accordo, Gaio.
Posso aggiungere che presso le stesse centrali di Fukushima, pare che il materiale radioattivo fosse abnorme, come quantità stoccata, e molto verosimilmente che lo si stesse trattando per scopi militari.
La sudditanza economica verso la Francia, ed EDF, è ogni giorno più evidente, quindi non aggiungo altro…
Del referendum sto studiando la cosa, ma parlando con un amico dell’Avvocatura di stato, le probabilità che venga cancellato sono alte…
Continuamo a stare all’erta…
@Everardo
E’ evidente che le centrali atomiche del governo Berlusconi sono una necessità militare e affaristica
verso l’alleato francese.
Militare perchè col plutonio prodotto come scoria i francesi avrebbero il combustibile necessario a costruire le testate atomiche destinate alla difesa dell’Italia.
Affaristica perchè il business è allettante e deve andare avanti e in Francia , purtroppo, l’industria
nucleare crea posti di lavoro e notevoli indotti.
Sono curioso di vedere cosa farà la Corte Costituzionale.
Se conferma Berlusconi significa che ogni minima forma di controllo diretto popolare sulle leggi in Italia è bandita.