La società della comunicazione ci ha insegnato, purtroppo, che troppo spesso si fa incetta di parole (le chiamerei parolone) senza pensare a quello che possano significare nella mente di chi ci ascolta. Lo facciamo nella nostra vita privata e quindi dobbiamo solo prendercela con noi stessi, ma gli esempi non mancano nella vita pubblica, quando fin troppe volte le parole restano sole e i fatti non arrivano. Fatti, non parole, ma è troppo più facile parlare che non realizzare. Non voglio – ancora non so per quanto – tirare al Governo Monti. L’ho sostenuto – col pensiero, ovviamente, non posso fare altro – e continuo a dire che il cambio di direzione è stato significativo, il cambio di indirizzo politico e funzionale notevole anche se il nuovo Governo ha dovuto agire in modo drastico sui cittadini per recuperare i passi falsi del passato, retti, anch’essi, sulla profusione di parole. La parola che veniva contestata nella maniera più forte dal precedente esecutivo era quella che invece si è dimostrata travolgente. Crisi. E’ stata negata per due anni in modo finanche aggressivo e invece ci stava stritolando. Forse intervenendo prima potevamo salvarci meglio, è indubbio. Ma anche Berlusconi e i suoi hanno… vissuto di parole, ci hanno invaso con i discorsi che avrebbero fatto le riforme e con un vantaggio in Parlamento abissale non è stato fatto nulla, anzi, il Governo è caduto e ha fatto un gran rumore. Nella sobrietà si sta muovendo quello nuovo, ma rischiamo che anche Monti cada nel baratro delle parole: troppi punti che ha sollevato come critici rimangono al momento… critici. La politica si avviluppa su se stessa, l’industria si avviluppa su se stessa, il sindacato si avviluppa su se stesso. Non ho ricette perché ciò non accada, non ho i cordoni della borsa da allargare per fare avere soldi dove non ci sono, posti di lavoro dove si perdono, pensioni dove si sacrificano. Sì, siamo più considerati in Europa e nel mondo dove ora parliamo con Obama, Merkel e Sarkozy mentre prima lo facevamo solo con Putin e Gheddafi, raccontiamo meno barzellette – che sono parole anch’esse -, anzi zero, ma i conti che dobbiamo fare sono ancora pesanti, sono ancora da valutare e sono ancora, soprattutto, da realizzare. Non vorremmo che i professori abbondassero anch’essi di parole. Siamo condannati ad avere fiducia, forse è una condanna lieve, ma vorremmo davvero che le “lezioni” si facessero per tutti, non solo per chi può. Aveva ragione Saramago: la politica è una cosa seria, ma va fatta fare ai politici. Sennò l’economia ci mangia. E quella non parla, agisce. Per sé.
La canzone è Minha palavra, la mia parola, di Alexandre Leao, che la interpreta con Carla Visi.
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Il testo originale è sul significato della parola, di quello che una parola può darci. Un motivo molto simpatico, eccolo, nel suo gioco di parole:
Mudei o sexo da palavra
Passei a manhã na praia
Transformei sonhos
Porque amanhã vou dormir
Mudei o nexo da palavra
Passei a manhã na praia
E molhei a palavra
Na água do mar
Minha palavra sentiu frio
Cada gota um arrepio
Toda emoção tem o seu som
E o som do meu coração
Vem da água do mar.
Ed ecco la traduzione
Ho cambiato il sesso della parola / Ho passato la mattina in spiaggia / Ho trasformato i sogni / Perché domani vado a dormire
Ho cambiato il nesso della parola / Ho passato la mattina in spiaggia / E ho bagnato la parola
Nell’acqua del mare / La mia parola ha sentito freddo / Ogni goccia un brivido / Tutta l’emozione ha un suo suono
E il suono del mio cuore/ Viene dall’acqua del mare