Ho parlato diverse volte di Teresa Salgueiro in questo viaggio che facciamo tutti insieme in Portogallo. Teresa è una cantante di fado, o almeno che nasce dal fado (e per onor del vero anche dalla bossa nova, che assieme alla musica popolare portoghese cantava giovanissima nei bar di Lisbona), pur se la carriera l’ha poi portata ad altro, come a questo ultimo album che si intitola “O misterio”, il mistero, e che esce in questi giorni in Italia prima ancora che in Portogallo e nel resto del mondo. E anche i concerti dal vivo sono iniziati ieri sera da Sant’Agata Bolognese, stasera al teatro Bonci di Cesena, quindi il 29 marzo a Roma. Una mini tournée italiana, accompagnata a date in molti altri Paesi, che poi si riaprirà durante l’estate. Di “O misterio”, e di tanto altro, ho avuto il piacere di chiacchierare con Teresa stessa.
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Cominciamo dal fado e da come Teresa lo ha affrontato nella sua carriera, coniugando tradizione e innovazione, nel pieno rispetto dell’una e nella trepida curiosità dell’altra. Ruben de Carvalho, grande critico musicale, mi disse anni fa che “Teresa è fado, ma i Madredeus non lo sono”, e Teresa ha riposto nella carriera di voce dei Madredeus la maggior parte delle sue energie. Ma non tutte. Ricordo un bellissimo concerto nella villa Torrigiani Malaspina di Montecastello, nei pressi di Pontedera, quando la benemerita associazione Sete Sois Sete Luas in una serata memorabile presentò la Salgueiro con i maestri Antonio Chainho alla guitarra portuguesa e Fernando Alvim alla viola de fado. Con loro, Teresa ha registrato anche brani in un album molto interessante, “A Guitarra e outras Mulheres”, la chitarra e altre donne, nel quale Chainho offriva a giovani cantanti non solo di fado di entrare nei brani più popolari della musica lisboeta. Teresa, quella sera, cantò e commosse, ritagliandosi un gustoso quadretto “delle origini” in quella che allora era la carriera strepitosa con i Madredeus, iniziata nel 1986, ma glorificata ai massimi termini soprattutto dalla partecipazione alla colonna sonora del film che Wim Wenders girò per Lisbona capitale della cultura nel 2004, appunto “Lisbon Story”. Quell’album dei Madredeus, “Ainda”, è senz’altro uno dei più stupefacenti esempi di pop che siano mai stati realizzati. E Teresa ne è grande protagonista.
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Ma torniamo al fado e alla “confessione” di Teresa. “Ammiro la tradizione – ha detto quasi scusandosi -, sono molto legata ad essa che rappresenta così bene la mia terra. E devo dire che se parliamo di fado Amalia Rodrigues lo rappresenta come nessun’altra ha fatto. La bellezza del fado vive molto della voce dell’interprete e quella di Amalia è stata la più grande in assoluto. Lei ha rappresentato tutto per il fado, che vive un’era prima di Amalia e una dopo Amalia. E’ indiscutibile che lei ha cambiato tutto e di lei rimane questa impronta che è difficile da mutare. Il fado è Amalia; certo, bisogna farlo vivere, ma capendo bene questo”. Un discorso onesto, che non si può contraddire soprattutto se fatto da un’artista che è completa e che potrebbe benissimo dare con continuità una propria idea contemporanea di fado alla stregua di Dulce Pontes, Cristina Branco, Ana Moura, Mariza e le altre più quotate cantanti della nuova generazione. Ma il fado, per ora, nei progetti di Teresa non c’è: “In questo momento non me lo sento dentro, ho iniziato un percorso diverso, ma di certo non posso negare che un giorno potrei tornare a cantarlo, mi piacerebbe molto. Lo farò, prometto”. Lo aspettiamo con ansia!
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Ma anche se siamo gelosi del fado che Teresa non torna per ora a cantare, non possiamo negare che l’ascolto di “O misterio” procura sensazioni piacevoli e originali. E’ il primo album nel quale Teresa ha scritto interamente le parole delle diciassette canzoni, oltre ad avere collaborato con gli altri artisti alle musiche. Un album che si è sviluppato in una “officina di musica”, un laboratorio che si è poi concretizzato con un mese nel Convento di Arrabida, che guarda maestosamente l’oceano su una strada ripida che porta da Sesimbra a Setubal. Una strada che dà i brividi, ma che permette di osservare, viaggiando, un paesaggio unico. E all’interno di questa serra, il bianco del Convento, le sue stanze carismatiche che si sono trasformate in studio. “Ho trovato – spiega Teresa – un gruppo di musicisti e tecnici con i quali abbiamo condiviso passo per passo le nostre esperienze, le emozioni, concentrandoci su un progetto di fusione di stili, armonie, linee vocali che tenessero presente la tradizione del Portogallo, la nostra cultura, la vita che ognuno di noi ha vissuto. Penso che ci siamo riusciti e che quindi questo mistero mi appartenga in modo unico, come mai era successo prima”.
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Il cuore pulsante portoghese è ben presente in questo lavoro, nei canti per le raccolte di grano come nelle Cantigas de amigo, che Teresa ha riproposto in una canzone che si intitola “Ausencia”, assenza: la “cantiga” è una forma senza eguali nell’area romanza, in cui chi parla è una donna, una giovane, che si rivolge in versi e strofe di sapore popolareggiante all’amato, oppure alla madre o alle amiche, o alla natura. E poi ancora i riflessi della cultura araba sul Portogallo e la vita di ogni giorno, tradotta in musica e rime. Una prova esaltante e al tempo stesso vissuta e compresa dal suo interno, e che amo perché mi ricorda quello che è stato fatto accanto a Dulce Pontes, a Obidos e Tomar, per “O coraçao tem tres portas”. Per questo, l’avventura di Teresa è ancora più esaltante e merita di essere seguita anche perché, e l’ho detto in epoche non sospette, vedo molti più legami di quanto loro stesse sentano fra la Salgueiro e la Pontes. Due campionesse. Fado non fado.
Riccardo Iannello
Ps: la foga di scrivere spesso mi porta a refusi talvolta ingiustificabili. Chiedo scusa soprattutto ad Arrigo Cappelletti che ho scritto in modo sbagliato la volta scorsa e alla memoria di Amalia, che ha scritto, ovviamente, “Trago fado nos sentidos”. Grazie.