Qualche giorno fa un amico mi sollecitava a chiedere una perizia psichiatrica al dottor Bates sul caso del giornalista Vittorio Feltri che in un delirante editoriale sembrava deplorare i giovani norvegesi sull’isolotto di Utoya chiedendosi come mai nessuno di loro avesse pensato di immobilizzare a mani nude un pazzo sanguinario che imbracciava un fucile da assalto. Quasi volesse riversare su di loro parte della responsabilità del massacro.
Ho scacciato la tentazione suggerita da quella sollecitazione sembrandomi inopportuno mettere Radio Pereira sul piano del Giornale.
Poi in questi giorni è spuntata fuori dalle pagine del Corriere un’altra gaffe di un vecchio (anche se non quanto me) giornalista, il celebre principe della sociologia Alberoni. Il principe scrive in prima pagina sul Corriere da anni, quindi ci vuole rispetto, non è mica il Giornale. Però il filotto di stupidaggini rivaleggiava con quelle dell’altro anziano tanto da farmi fare un patto con i ragazzi della redazione: se mai dovessi scrivere un post con la metà delle banalità di quello, vi autorizzo a mettermi in pensione d’ufficio.
“Tutta la musica italiana, anche negli anni Sessanta, da Modugno a Endrigo a Mina a Battisti, esprime i sentimenti abituali, l’amore. Il rock no. È americano, nasce dall’espansione di sé, dal superamento delle emozioni normali. È espressione di esperienze parossistiche possibili solo con la droga. E anche chi ascolta questa musica in concerto o in discoteca, spesso, per viverla, deve fare lo stesso.”
Il neomusicologo Alberoni fa un po’ tenerezza, evoca gli anni ’60 (perché solo quelli? nostalgia della giovinezza?). Lo ringrazio per non aver citato l’Edoardo Vianello di ‘Pinne fucile ed occhiali’ e dei ‘Watussi’. Non so se avrei retto.
Perché dice tutta la musica italiana e poi cita solo i ’60? e quali sarebbero i sentimenti abituali?
E chi ha detto che chi ascolta il rock come chi lo suona deve fare uso di droga?
Come fa Alberoni a scrivere cose che squassano il senso fin nelle fondamenta? fa forse uso di droga?
Pensate che ho riportato solo un breve brano dell’articolo che nella sua interezza non infliggerei al mio peggior nemico, ma non concederò neanche a lui il privilegio di una perizia del dottor Bates. Norman merita di meglio.
Ma allora il rock che cos’è?
Vecchio per vecchio vi dico la mia, è un linguaggio potente, legato prevalentemente alla comparsa della chitarra elettrica nello scenario musicale (per dettagli segnalo l’ottimo Stefano Fiorelli) ma è anche un sentimento che fu presente nella musica prima di Hendrix e dei Led Zeppelin, tanto che io considero la ‘Suite n.1 per violoncello’ di Bach un brano non meno rock di ‘Hey Joe’ o di ‘Stairway to heaven’.
E allora cuffia nelle orecchie e volume alto perché come sa Alberoni, il rock è una musica che si ascolta a tutto volume!
Suite n.1 per violoncello di Bach eseguita da Ophélie Gaillard
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Pereira
La musica: prova concreta dell’esistenza dell’anima.
Le sue note ed i suoi ritmi ci sanno avvolgere il cuore e trasportarlo in alto la’ dove le parole non giungono. La musica e’ anche un linguaggio universale capace di superare confini, divisioni, silenzi e che se vogliamo ci sa parlare.
Quale genitore non comprende l’umore del figlio dalla musica che echeggia nella sua camera e dal volume usato?
Credo che, molto semplicemente, ognuno ascolti un certo genere di musica perche’ ognuno ha il proprio tappeto magico col quale raqggiungere almeno col pensiero i propri sogni e la propria anima.
Buon volo a tutti, qualunque sia la musica che state ascoltando!
secondo me è più rock Beethoven di Bach 🙂
Beh,
sembrerà strano, ma io trovo il tema estremamente interessante e molto, molto, in linea con il post di Antigone.
Amo il rock, anche il più duro, proprio perchè ha scelto, fin dall’inizio -fin da Bach? o anche prima?- di com/prendere l’Ombra di cui parla Antigone, ha “messo dentro” amore e distruttività. Eros e Thanatos, ha saputo “parlare col diavolo” (è il caso di citare i Rolling o Sid Vicius che si proclamava Antichrist?) e fare musica, cioè armonia, col rumore (vedi elicotteri e bombe, o il suono dei registratori di cassa, nei Pink Floyd).
Il “sociologo” è un ignorante: la musica e l’uso di sostanze sono connesso “antropologicamente” ab initio, e ab initio sono entrambe collegati con la ritualità religiosa (ad esempio il vino della Comunione cristiana) e con tutti i riti “civili” di passaggio (individuali e collettivi: dalle feste di matrimoni, nascite e funerali, alle feste di transizione da una stagione all’altra o da un anno all’altro. Per inciso: non risulta che il Natale -erede dei riti legati al solstizio d’inverno- o la Pasqua -collegata all’equinozio di primavera- siano dedicati all’astinenza e alla sobrietà).
Proprio così, caro Alberoni, hai ragione -anche se per una ragione che dimostri di non conoscere. La musica (tutta la musica) è un potente mezzo espressivo per far dialogare “la parte chiara con la parte oscura dell’essere” e anche la droga (alcool compreso) lo è. Il rock è solo la forma moderna -elettrica, dice Pereira- della potenza espressiva della musica. Non più “scandalosa”, per altro, di quanto non risultasse Mozart ai suoi contemporanei.