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A volte i miracoli accadono

Roberto Saviano.A volte i miracoli accadono,
ho assistito ad uno di questi eventi ieri sera, stando davanti alla TV.
C’era Roberto Saviano che parlava delle cose per cui vive – troppo facile per Pereira dire che ha parlato di “resistere al brutto” – e lì, in quel momento, quelle tre ore si sono trasformate in un miracolo: la trasfigurazione della TV.

Per una sera la TV è diventata altro rispetto all’abbruttito strumento di controllo dell’opinione delle fasce sociali meno attrezzate e dotate di funzione critica. E’ diventata strumento di partecipazione collettiva, emozione condivisa, riflessione di ognuno sulla natura umana e sul sentimento di giustizia.

A proposito delle storie che andava raccontando, Saviano ha più volte usato la frase “questo testo è più potente della nitroglicerina”. Troppo modesto, quella funzione esplosiva (per il potere, anzi per chi ne abusa in modi criminali) ieri sera è stata esercitata proprio da lui, dalla sua straordinaria passione e credibilità e dalla sua geniale intuizione, quella di mostrare gli elementi comuni a tutte le vittime (gli abitanti dei paesi e delle città controllate dalla camorra, i prigionieri dei gulag sovietici, gli oppositori delle dittature di Ahmadinejad oggi e di Francisco Franco ieri) e a tutti i carnefici (i camorristi, i dittatori). Infatti è qui in Italia che questa bomba mediatica è esplosa, sia nelle terre di camorra e mafia e ‘ndrangheta che nel resto del paese (certo non immune da infiltrazioni).

Saviano ha detto ai suoi compaesani e a tutti gli italiani: voi guardate i cittadini degli stati totalitari come degli schiavi. Ebbene, lo siete anche voi.

Pereira

Pereira

348 articoli su Radio Pereira. <a href="https://radiopereira.it/io-sono-pereira/"><strong>Della prima parte della mia vita</strong></a>, molti di voi già sapranno grazie ad Antonio Tabucchi, della seconda invece pochi sanno. Per carità, non che ci sia molto da dire ma visto che i ragazzi della redazione insistono... Venni qui dopo un lungo peregrinare da un paese all’altro, fuggendo da quel paese senza libertà che era diventato il mio paese, il Portogallo, negli anni ‘30. Arrivai subito dopo la guerra e mi trovai così bene da decidere di rimanere. La gente allora era accogliente, nel paese si respirava – grazie al clima di dopoguerra – una voglia straordinaria di fare, di ricostruire e anche io diedi il contributo. Oggi si direbbe che lo diedi da “straniero”, da “migrante”. Ma ero poi così straniero, cioè “estraneo” a questo paese? forse no, visto che sono ancora qui e considero questo paese come l’altra mia patria. <a href="https://rp.liberstudio.com/2008/07/25/il-cantante-vasco-e-la-questione-dell%E2%80%99identita/"><strong>Vedi anche questo post</strong></a>