Anna CalviSe di getto, dopo aver ascoltato il suo disco, dovessi ad ogni costo trovare un difetto a questa cantante inglese, di chiare origini per metà italiane, d’istinto direi il nome. Quello che ha scelto o per meglio dire, la scelta che ha fatto, cioè quella di firmare i suoi brani con il suo vero nome, è abbastanza impopolare. Anna Calvi non suona assolutamente come un nome da rockstar, né tanto meno da dark lady, come a volte, ascoltando le sue canzoni, si è portati ad immaginarla.

PJ Harvey oppure Joan as Policewoman, tanto per citare due artiste inglesi fresche di uscita con i loro nuovi albums e a prescindere dalla bravura artistica, sono ad esempio dei nomi più che perfetti per rappresentare la figura della cantante rock nell’immaginario collettivo. Allo stesso tempo sono assolutamente adatti per troneggiare degnamente sui manifesti del festival di Glastonbury oppure quello di Benicassim.
Il nome Anna Calvi rimane lievemente anonimo, non stimola eccessiva curiosità, non più di quanta potrebbe ispirarne un romanzo di Federico Moccia alla “Buchmesse” di Francoforte.

Questo fino a quando non metti il suo disco nel lettore e spingi con un unica pressione i tasti “play” e “repeat all”. Ti versi un bicchiere di rhum Eldorado 12 anni, ti metti comodo sul tuo divano di pelle, ti immergi nella lettura di un qualsiasi romanzo di Fred Vargas e non ti accorgi in questo modo del tempo che passa. Saresti uscito con un’amica per una birra e chissà cos’altro, ma ti dimentichi di chiamarla e per la prima volta nella tua vita, guardando l’orologio che dalla parete ti rimprovera per il ritardo, ti scopri pure vagamente soddisfatto.
In un periodo in cui il mercato discografico sforna prodotti convincenti troppo spesso soltanto a metà, scopri che in Anna Calvi, donna e disco, c’è veramente poco da scartare. La produzione di Rob Ellis, in passato con PJ Harvey e i nostri Marlene Kuntz, si fa sentire con decisione e diventano a tratti ovvii e giustificati i paragoni con “Aunt” Polly Jane.

Anna suona con ottima tecnica una Telecaster, ma nel suo disco d’esordio ha fatto anche il resto: pianoforte, basso, violino e organo. Anna ha composto, arrangiato e suonato.

Per tre anni Anna ha portato in grembo la sua creatura, il suo “mostro”, come lei stessa ha voluto a più riprese definire questo suo primo album. Un migliaio di giorni a comporre canzoni nella mansarda dei genitori, uscendo pochissimo, rischiando seriamente in più di una occasione il collasso nervoso. Gli ingredienti per la nascita di una leggenda metropolitana ci sono tutti.
Soprattutto se si pensa che per il sondaggio “BBC Sounds of 2011” è risultata l’astista emergente e che il signor Brian Eno l’ha definita la vera “next big thing” dopo Patti Smith. Alla pubblicazione del suo singolo d’esordio, Jezebel, succulenta cover di un brano interpretato in passato da Edith Piaf, la brava Anna ha messo d’accordo davvero tutti. Perfino il poco tenero nell’aspetto Sir Nick Cave, che l’ha voluta come supporter per una tournèe dei suoi Grinderman.

I paragoni si sono davvero sprecati: PJ Harvey, come accennato, Siouxsie and the Banshees, Nico, Cat Power. Lei stessa cita tra le fonti di ispirazione i chitarrsiti Django “trois doigts” Reinhardt e John McLaughlin, oltre a David Bowie e Captain Beefheart. Secondo me invece la ragazza ha trascorso l’infanzia consumando i dischi di Jeff Buckley e cercando di sublimare lo stesso mood sprigionato dalla chitarradel cantante americano, ma mi posso sbagliare.

Nel disco trovi una manciata di tracce accattivanti, cantate con voce decisa e passionale, a tratti addirittura gotica. Anna sul palco poi è travolgente sensuale, ipnotica. Difficile non restare ammaliati dalla sua presenza scenica.

Scoprite con curiosità tutte le 8 tracce del suo album di esordio, fatevi penetrare dalla voce di Anna, respiratela. Un conturbante giro di giostra lungo 40 minuti e quando scendi un unico cruccio. Il lettore riparte dal brano d’apertura, cioè la desertica “Riders to the sea”, ma non vi è nessuna traccia di quella perla pregiata che è “Jezebel”, suo singolo del fortunato esordio.
Un vero peccato se non fosse che qualcuno si è ricordato di pescarla e porgerla a voi in dono.
Niente da dire, oggi è davvero il vostro giorno fortunato.

[youtube iMtz1d0ruAk 520]

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Caterina
Caterina
10 Marzo 2011 22:44

Questa volta non mi trovi molto d’accordo: mi riferisco alla scelta del nome. Io credo l’aver deciso di chiamarsi Anna Calvi sia stata una scelta oculata. E ciò proprio per il motivo di cui tu stesso parli: uno si aspetterebbe di tutto e non che una di nome Anna Calvi sia una rockstar, né tantomeno una dark lady; molto più probabilmente vi si assocerebbe la voce di un’esordiente cantante melodica italiana, forse fortunata e improvvisata vincitrice dell’ultima edizione di Sanremo. Ma io credo che è proprio l’effetto straniante che disattende le nostre aspettative che rende il suo personaggio ancora più… Leggi il resto »

Rototom
Rototom
10 Marzo 2011 12:31

A parte l’indubbia bellezza modello Vogue, confesso che mi aspettavo molto di più, anche a partire da numerosi “Osanna” letti sui giornali in questi giorni. Non si capisce più dove la potenza degli addetti stampa si confonda con le qualità dell’artista.
La versione di Carla Boni del 1958 – mi sembra di averla sentita anche qui da voi – di Jezebel mi emoziona senz’altro di più, questo arrangiamento mi sembra veramente poca cosa, originalità zero. Dovrò sentire gli altri brani del cd, magari mi convinco che sia questo fenomeno che si dice.