Lisbona è una città in cui la malinconia si mischia all’aria che si respira, ma allo stesso tempo è fonte di energia e di vitalità. Almeno è ciò che sento e che mi piace trasmettere. E che mi si attacca, sempre. Anche ripensando a decenni or sono.

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E mi piace, quando passeggio per la città, pensare ai tempi che furono: facilitato da questo ambiente decadente che non ho conosciuto a quei tempi, ma che cerco di immaginare. E sento il fado, ovunque. Anche quello dei grandi film del passato, quando le artiste erano attrici di se stesse. Il “Fado da Sina” di Herminia Silva è un esempio di questo. Ne parlavo con Mafalda Arnauth proprio qualche ora fa, ma ne ho parlato tanto anche con le mie vecchie amiche Celeste e Argentina. Herminia era una grande cantante dell’età dell’oro, quella del bianco e nero, quella in cui leggende e storie si accavallavano creando sempre nuovi appetiti. E’ la cantante di riferimento per molti e appartiene a quella generazione cresciuta costretta nella dittatura. Ora vediamo lontani quei tempi, ma se visitiamo il Museu do fado ci si avvicinano molto.

Ho vissuto una splendida serata di quel bianco e nero in epoca moderna.

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Il titolo della serata era tratto da questa canzone che qui è affidata a un altro simbolo della grande stagione del fado: Alfredo Duarte, detto Marceneiro. “Cabelo branco e saudade” era una operazione molto intelligente di quel fine uomo di cultura che è Ricardo Pais, direttore a quel tempo,parlo del 2005, del teatro Sao Joao di Porto. Sul palco due generazioni diverse: quella della tradizione rappresentata da Argentina Santos, Celeste Rodrigues e Alcindo de Carvalho; quella dei rampanti rappresentata da un quarto cantante, Ricardo Ribeiro, e dai tre musicisti: Bernardo Couto alla guitarra portuguesa, Diogo Clemente alla viola de fado, Nando Araujo alla viola baixo. Ho avuto l’onore di vedere lo spettacolo in un teatro piccolo, ma accogliente: il “Viriato” di Viseu. L’accoglienza fu straordinaria, il cuore pulsava. Alla fine ci ritrovammo a festeggiare in un grande banchetto che univa giovani e anziani. Alla memoria di Marceneiro.

Ho sentito tanto parlare di Lucilia do Carmo.

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Madre di Carlos, un grande cantante, Lucilia se n’è andata molto presto, nel 1999, a 79 anni. Proprio come Amalia. E di Amalia è stata grande rivale nel cuore degli appassionati di fado. Ha debuttato nello stesso retiro da Severa a 16 anni e poi è sempre cresciuta fra Alfama e Bairro Alto, dove aveva aperto la sua casa de fado: Adega da Lucilia, la cantina di Lucilia, che è poi diventata O Faia, uno dei luoghi simbolo. Esistono registrazioni meravigliose che sono state trasportate su cd da vinili prestigiosi. Qui è con Fernando Farinha: impossibile dimenticarla. Luccicano gli occhi a pensare a quegli anni e a come dovevano essere. E luccicano ancora ad Argentina Santos quando parla di Carlos Zel.

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Lui sì che era troppo giovane quando ci ha lasciato, repentinamente, nel 2002. Aveva 52 anni, troppo pochi per morire. Era nato a Parede, a 17 anni cantava in tv e nei musical. Fu il primo uomo a cantare nelle serate del Casino Estoril, collezionò quattordici dischi e tanti premi, collaborazioni illustri con Maria Joao e Mario Langinha, con Cesaria Evora e con Argentina. La prima volta che mi parlò di Zel, a Recanati, la “tia” mi disse che aveva perso non solo un “figlio”, ma anche un amico, un compagno di viaggio, il migliore artista con il quale condivideva il palco. Le lacrime uscivano dagli occhi dolci di Argentina e lì capii che mi ero perso, non avendolo conosciuto, un grande personaggio. Non è della generazione di chi ho ricordato prima, ma mi piace sistemarlo in questo paradiso degli artisti dal quale loro ci guardano e ci fanno continuare ad amare questa musica.

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