Nonna Firmina.Mia nonna Firmina ha paura dei “cani lupo”, i pastori tedeschi con “quel muso lungo” e “quei denti aguzzi” proprio non le piacciono. Da piccola pensavo fosse un problema legato alla storia del lupo di Cappuccetto Rosso, un modo come un altro per tenermi lontana dai cani che invece rincorrevo estasiata. Mia nonna, quando arrivarono i tedeschi nella sua Roncaglia (paesino sulle colline pesaresi), aveva solo 12 anni. L’unica Resistenza che fece fu quella di piangere quando gli ufficiali tedeschi le dissero che doveva andare a raccogliere l’uva nella vigna. Lei proprio non ci voleva andare nella vigna perché lì c’erano i “cani lupo” sciolti che, a precisi comandi in tedesco, ringhiavano mostrando i denti.

A causa del suo fermo rifiuto, fu portata al comando al cospetto degli ufficiali tedeschi. Riuscì a scamparla solo per intercessione di sua sorella maggiore che obiettò dicendo che era solo una bambina.
Quel giorno nella vigna morirono 3 persone a causa dei bombardamenti alleati che colpirono la ferrovia che costeggiava i campi, nell’intento di centrare un convoglio carico di armi tedesche che andava al fronte. In realtà il treno colpito fu un semplice treno merci.
In quelle vigne si produce oggi un ottimo vino bianco, il Roncaglia appunto. Poco importa alla natura delle nostre oscenità.

Luisa Comotto, detta Luigina aveva 70 anni quando fu fucilata dai tedeschi. Forse a quell’età già si preparava a morire nel suo letto, di quelli grandi e alti nella sua casa di Savona con le travi a vista. Forse dopo una vita di stenti e fatica nei campi quella è l’unica morte che ci si immagina. Luigina venne fucilata alla fortezza Priamar di Savona assieme ad altre 5 persone accusate di appartenere a bande partigiane. Luigina non era partigiana, era troppo vecchia. La sua “colpa” fu quella di non aver voluto rilevare i nomi degli ideatori dell’attentato al prefetto repubblichino di Savona. Prima di morire disse “Sono vecchia e non servo più a niente. Invece, i giovani che cercate, servono a qualcosa e non sarò io a darveli. Fate quello che volete”. Morì il 1° Novembre 1944. A lei Elena Bono ha dedicato una commovente poesia intitolata Per Luigina Comotto, savonese.

Donne leonesse di Romagna.Il 27 Marzo 1944 il tribunale speciale fascista si riunì a Forlì per condannare 9 renitenti alla leva dopo aver fatto fucilare 5 giovani partigiani. Quella mattina alle 10 le donne lasciarono le fabbriche per dirigersi in corteo alla caserma Ferdinando di Savoia dove si svolgeva il processo, sfidando i fascisti che cercavano di disperdere la folla con le armi, ferendone una di loro. Il corteo, a cui nel frattempo si erano aggiunte altre donne contadine, si ricompose per raggiungere il Palazzo del Governo in segno di protesta per quelle condanne.

Il giorno dopo, il corteo si riunì nuovamente, questa volta per dirigersi al cimitero per pregare sui cumuli di terra dove erano stati sepolti i 5 ragazzi fucilati. Quel giorno, per merito dell’ostinazione di quelle donne, il tribunale fascista commutò le condanne di pena di morte in detenzione e liberò le persone arrestate nei giorni precedenti. Pietro Calamandrei le ricorderà come le “leonesse di Romagna” in un suo discorso tenutosi a Roma.

La Storia con la “s” maiuscola, binario e filo conduttore, fatto di nomi famosi e date, e le storie con la “s” minuscola. Quelle fatte di vite quotidiane, di facce che invecchiano, foto che scoloriscono nei cassetti, di occhi che ancora diventano lucidi a rivivere quei momenti. Di ideali a cui noi oggi pensiamo con nostalgia. La voce che si spezza e la sensazione di avere domandato troppo chiedendo di raccontare. Che in quello che si è vissuto non c’era nulla di umano, solo cieca sopravvivenza. La voglia di farlo per non dimenticare. La storia con la s minuscola di chi nei libri non ci è entrato, donandoci lo stesso un’Italia libera, un pezzo di storia di cui essere ancora fieri.

Andate a votare!Mia nonna mi dice sempre “andate a votare! Non vorrete mica che tornino i tedeschi!”. Io so perfettamente che la sua paura non è quella di un improvviso colpo di testa della Merkel, ma la necessità di usufruire di un diritto che lei e la sua generazione ci hanno dato dopo sofferenze e privazioni che io non riesco nemmeno ad immaginare mentre lei racconta. Il diritto che ci permette (ancora) di esprimere la nostra funzione di cittadini liberi, di dire che certe cose non le vogliamo più, pura espressione di democrazia che dovremmo rispettare e custodire gelosamente. Così come custodiamo gelosamente i ricordi dei nostri partigiani, cemento e orgoglio della nostra italianità.

Piero Calamandrei in un famoso discorso agli studenti milanesi disse “La libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale solo quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai”. Mia nonna dice che siamo fortunati e che lei, le libertà che abbiamo noi, se le sognava. Eppure se penso alla situazione della mia generazione, a questo governo e alle sue affermazioni inizia a mancarmi l’aria.
Pensiamoci in vista di questo 25 Aprile.

Se non ora quando.Il 13 Febbraio scorso in occasione della manifestazione “Se non ora, quando?“, gli organizzatori di Rimini chiesero di portare una foto di donne che erano state fonte d’ ispirazione e delle mollette per appenderle ad un lungo filo che passava sulla piazza. Accanto alle foto di Aung San Suu Kyi, Rosa Luxemburg, Madre Teresa di Calcutta, Oriana Fallaci, una ragazza appese questa. Non so perchè, ma mi gonfio di orgoglio ogni volta che la vedo. Anche se non so nulla di lei.

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