Blossom DearieLa prima volta che ho sentito cantare Blossom Dearie è stato tanto tempo fa, probabilmente verso la fine degli anni ’80. Ovviamente non dal vivo. A quei tempi, la nostra Blossom, viaggiava serenamente oltre i sessanta ed era più occupata a fronteggiare la turbolenza dei nipoti che a girare il mondo in tournèe. Accadde semplicemente attraverso le casse del mio impianto stereo, che resistono ancora oggi all’usura del tempo e ai miei costosi propositi di cambiamento.

Ricordo che avevo da poco acquistato il mio primo lettore della Philips e trascorrevo i miei week end spostandomi da un negozio di dischi all’altro in preda ad una innaturale euforia dovuta alla smania compulsiva da acquisto CD. In un sabato come tanti ero entrato in uno dei negozi più forniti della mia città, per dare un’occhiata. Sebbene un po’ riluttante – la simpatia e la preparazione dei commessi era inversamente proporzionale alla ridondanza di materiale sonoro – avevo cominciato a sbirciare tra gli scaffali delle offerte speciali. Lì trovai, magicamente, alla modica cifra di 3.900 lire, una raccolta di brani composti da Cole Porter. Una sbirciata veloce agli interpreti (Dinah Washington, Sarah Vaughan, Louis Armstrong e perfino Fred Astaire) e la consapevolezza che si trattava di un buon affare si impadroniva delle mie decisioni. Afferrai, mi diressi alla cassa e pagai il dovuto.

Una volta arrivato a casa, ascoltando le tracce del Cd, con stupore crescente notai che ai nomi che conoscevo se ne aggiungevano altri meno conosciuti, ma i brani erano decisamente all’altezza. Mel Tormè, Helen Merrill, Blossom Dearie.
Blossom, narra la leggenda, deve il suo nome ad un vicino di casa. Notato l’enorme fiocco rosa sulla porta della famiglia Dearie, padre irlandese e madre norvegese, si precipita a conoscere la nuova arrivata e le reca in dono dei rami di pesco appena fioriti. Siamo a East Durham, vicino a New York, nel 1928. Sin dalla tenera età si dedica allo studio del piano e della musica classica, ma già in età adolescenziale il suo interesse è proiettato verso la musica jazz. E così pure la sua carriera artistica si muove in quella direzione: prima con i Blue Flame, poi con la band di Alvino Rey e infine con i Blue Rays.

Nel 1952 Blossom si trasferisce a Parigi ed entra a far parte del gruppo dei Blue Stars, 4 uomini e 4 donne, al quale presterà per diversi anni voce e di cui curerà gli arrangiamenti. Tuttavia il brano che conferirà maggior fama e celebrità al gruppo, sarà una cover, cantata in francese, della notissima “Lullaby of birdland”. Più che per il successo prodotto dai Blue Stars, Blossom ricorderà la sua parentesi parigina perché proprio là incontrerà il suo futuro marito, il jazzista Bobby Jaspar. Il rientro in patria corrisponde ad un periodo di intensa produzione discografica alternata ad una frenetica attività nei jazz club e nei locali della sua NY. Nel 1962 diventa protagonista di una pubblicità della birra Hires Root. Lo spot ebbe tanto successo che ai tempi potevi portarti a casa l’album di Blossom Dearie al prezzo di un dollaro e una prova di acquisto emessa dal tuo grocer shop.

Io in realtà pensavo che la consuetudine ora diffusa del CD in omaggio fosse prerogativa delle riviste musicali, ma i signori della Hires Root in fatto di marketing la sapevano davvero lunga.
Poi di nuovo serate e tournèes, alternandosi tra New York e Londra. Il vero successo non è mai arrivato, forse ostacolato dalla sua inconfondibile voce fanciullesca e da un talento pianistico non eccelso. Blossom è rimasta sempre agli occhi di tutti una fantastica cantante da “supper club”, la sua voce delizioso sottofondo per cene romantiche e chissà quale altro tipo di intrighi.
E’ forse proprio il limite di questa voce così smaccatamente “girlish” la porta a sviluppare un’altra dote, quella della interpretazione. Blossom diventa per tutti la “singer’s singer”, colei che eccelle nella re-interpretazione di brani non suoi. Il suo approccio iper professionale al limite della maniacalità e la sua tenacia fanno il resto: verso la fine degli anni 60 è regolarmente di scena nella capitale inglese, ospite frequente del Ronnie Scott jazz club. Proseguirà la sua carriera fondando una sua etichetta, la Daffodil Records, proprio per poter lavorare a suo piacimento, e continuando ad incidere senza sosta. Fino al 2005, anno in cui una malattia la costringerà al forzato riposo. Il fiore di Blossom si richiude nel 2009, all’età di 85 anni.

Qualche giorno fa ho sentito in radio un brano che contiene un ben riconoscibile sample di un cavallo di battaglia di Blossom – “I like London in the rain” – molto poco jazz rispetto alle atmosfere a cui ci ha abituato. E allora ho voluto ricordarla a modo mio, parlandovi di lei; in parte affinché si possa scolorire la fama di cantante da nightclub che le è stata cucita addosso e un po’ anche perché, devo essere onesto, il ricordo di quelle visite alla Dimar Dischi mi riempie ancora oggi cuore e orecchie di piacevoli ricordi. Nonostante la scarsa simpatia dei commessi di allora.

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