Metamorfosi 2011

Da un’idea di Nicola Alessandro Delvai

Metamorfosi 2011Dopo una notte agitata, Stefano si sveglia con una sensazione di disagio in tutto il corpo. Nell’aria già aleggia l’aroma del caffè che sua moglie sta preparando in cucina.

“Ho bevuto troppo ieri sera”, pensa striracchiandosi sotto le lenzuola. Per quanto cerchi di allungarsi ha l’impressione che le sue gambe, le sue braccia, tutto il suo corpo non riescano a distendersi come al solito. Maledice il lavoro: “Ancora qualche anno e poi vado in pensione”, cerca di consolarsi.

Si siede sul letto ed appoggia i piedi a terra. Vede un paio di gambe, le sue gambe?, corte e pelose con piccoli piedi grassocci dalle dita ricurve. “Ieri sera non erano così.” -constata- “Decisamente devo cercare di bere meno.” E per l’ennesima volta si ripromette di condurre una vita più sana, di mettersi a dieta e di smettere di fumare.
“Domani”, mormora alzandosi in piedi.

Gli oggetti della sua stanza sembrano più alti del solito e prova un lieve capogiro mentre, in mutande, si dirige verso il bagno.

In piedi davanti alla tazza del water, il braccio sinistro teso in avanti con la mano appoggiata al muro piastrellato, guardando verso il basso per prendere adeguatamente la mira, nota un ventre prominente e flaccido sotto cui si nasconde, quasi intimidito, un pistolino piccolo e raggrinzito.

“Cazzo!” Grugnisce mentre si lancia nelle sue solite amare considerazioni sulla vita e la vecchiaia.
Girandosi appena, vede nello specchio l’immagine di un uomo, più o meno suo coetaneo, basso, rotondo e pelato. Sta per scusarsi dell’intrusione, quando si accorge che quella è la sua immagine riflessa.

Si avvicina allo specchio per osservare meglio: il volto solcato dai segni di una passata acne giovanile gli sembra noto; non che lo conosca personalmente, ma probabilmente lo ha visto in qualche foto o in una comparsata televisiva.
Ripensa a Andy Warhol e alla previsione di un’epoca in cui ciascuno avrà diritto ai suoi quindici minuti di celebrità.
Rientra in camera. Comincia a vestirsi, ma tutti i pantaloni gli risultano stretti e lunghi, le camicie scarse di collo e abbondanti di maniche e le scarpe gli fanno male al mignolino.

“E adesso che cazzo mi metto per andare a lavorare?”
“Stefano, io esco. Ci vediamo stasera.”, grida la moglie dall’ingresso.
“Cazzo, è tardi. Devo sbrigarmi anch’io”, si sente rispondere con voce chioccia ed accento siciliano.
La moglie, preoccupata per quella strana voce, o forse semplicemente intenzionata a rifare, come al solito, la litania delle commissioni da sbrigare, si affaccia alla porta della camera.
Stefano ha indossato i pantaloni più larghi che ha, arrotolati alle estremità e slacciati sul davanti, sostenuti da una cintura fissata nel buco più esterno. Una camicia, sbottonata al collo e con le maniche rimboccate, cerca di nascondere con i lembi esageratamente lunghi la vista di un paio di slip a righe bianche e blu che fuoriescono dalla “bottega” aperta.

Vedendolo così conciato, la donna fa un balzo indietro e, portandosi le mani al voto, esclama:
“Ma tu … ma tu sei …sei … sei… Scilipoti!”. E poco manca che svenga.
“Ecco dove l’avevo già visto, quel piccolo stronzo”, pensa Stefano, quasi sollevato per la ritrovata identità, seppure alquanto sgradita.

“Tu … tu -ripete la povera donna, sconvolta- tu, mio marito: tu, sei Scilipoti. Miserabile voltagabbana!”
“Non farti trarre in inganno da una piccola alterazione somatica. -prova a dire lo sventurato mutante- Come puoi dubitare di me? … mi conosci, io sono fermo e coerente nei miei principi …”
Sente, invece, la sua nuova voce declamare con enfasi:
“I valori essenziali della nostra Patria potrebbero essere contaminati da quella parte di politici di estrema sinistra interessati a prendere, per un uso improprio, il potere dello Stato. Dobbiamo rinforzare l’idea di Dio come forza aggregante universale; reintrodurre l’idea di Patria di un popolo che sa di essere tale; mantenere l’idea della Famiglia come fondamento della società normo-strutturata. Per riportare il Tricolore nel cuore, per cantare con sentimento l’Inno Nazionale, per sentire viva l’Unità d’Italia, ricostruiamo questi valori incancellabili.”

La moglie gli vomita la prima colazione dentro il risvolto dei pantaloni e scappa. Verso il lavoro, presumibilmente.

“Al diavolo!”, impreca Stefano cercando di scrollarsi di dosso fruscoli masticati di crostatina alla nutella, cappuccino semidigerito e succo gastrico. “Non posso permettermi di arrivare in ritardo anche oggi”.
Si infila un paio di sandali estivi, nonostante la pioggia battente intravista al di là dei vetri -sono le uniche calzature che non gli torturano i piedi- e si infila con la sua utilitaria nel traffico cittadino.

Quando arriva i suoi colleghi sono già in riunione per le consegne mattutine. Nicola, il suo assistente, come lo vede si alza ed esce senza proferir parola. Gli altri lo guardano più con biasimo che con sorpresa.
Gli infermieri, uno alla volta, con discrezione, allontanano il più possibile le loro sedie.
Solo Luca, il caporeparto, continua imperterrito a leggere il diario clinico dei pazienti ricoverati.
“Gli ex-democristiani, che siano diventati di destra o di sinistra, sono sempre in grado di digerire tutto.”, pensa Stefano più umiliato da questa indifferenza che dal palese disagio degli altri.
La discussione arriva a Filippo, un paziente che ha ricoverato il giorno prima. Tutti si girano verso di lui in attesa che illustri il caso clinico.

“Domenico Scilipoti ha scritto ben trentacinque pubblicazioni scientifiche. – è ancora quella sua nuova, maledetta, voce che parla. E che dice quel cazzo che le pare!- Scilipoti ha aperto la strada al riconoscimento scientifico delle medicine alternative.”
E adesso perché diavolo parla anche in terza persona? Pensa, mentre cerca di costringere il suo apparato vocale a pronunciare qualche frase sensata. Macché …
“Scilipoti non poteva accettare di continuare a militare in uno schieramento politico che dileggia l’agopuntura. -continua, imperterrita, la voce- Che non si impegna per il riconoscimento della medicina naturale. Che non riconosce la fondamentale importanza della fitoterapia, della medicina ayurvedica e dell’uso dei fiori di Bach.”

Stefano si alza. Vorrebbe scusarsi, dire che deve andare a casa perché non si sente bene. E invece sente la voce che continua a sproloquiare a proposito di “metodo Di Bella” e “Nuova Medicina Germanica” di Hammer.
Esce dalla stanza. Un paziente, con aria truce, comincia a spintonarlo fino a costringerlo a uscire dal reparto.

“Meglio così. -pensa rientrando a casa- Adesso mi prendo 20, no meglio 30, gocce di Lexotan e faccio una bella dormita (sono settimane che non riposo bene). Quando mi sveglio, è passato tutto (quelli che … con una bella dormita passa tutto, anche il cancro. O yee). E se avrò conseguenze al lavoro … beh chi se ne frega: era tanto che non mi trovavo bene!”

Dorme. Dorme profondamente.
Si sveglia sentendo rumori nel corridoio di casa. Dalla porta semichiusa intravvede la figura di un bambino.
“Tiziano, sei tu?”, domanda, sebbene la sagoma gli sembri più bassa e più grassa di quella del figlio tredicenne.

“Fannullone! Fannullone tu e tutti i tuoi compari, non possiamo certo chiamarli colleghi, che lavorano nella sanità, nella scuola, nella pubblica amministrazione. Siete l’Italia peggiore … “, gli urla Renato Brunetta irrompendo nella sua camera da letto.

Stefano si rannicchia sotto le lenzuola, ormai consapevole che l’incubo non è finito.
Sente rumori provenire dall’ingresso. Sta sicuramente entrando un sacco di gente.
Lentamente, con timore, si alza, si acconcia alla meno peggio e si dirige verso il soggiorno da dove proviene un gran vociare.
E’ uno shock!
C’è la Santanchè, dipinta, scura e decadente come la Cappella Sistina prima del restauro.
Vittorio Sgarbi, in un angolo, costretto come Sisifo a riportare in alto il ciuffo che immediatamente ricade, urla alla credenza:
“Stronzo! Vigliacco! Vigliacco! Stronzo! Stronzo e vigliacco! …..”
Giuliano Ferrara, sta finendo di uccidere le molle della vecchia poltrona -ereditata dalla nonna- su cui è sprofondato.
E poi: Belpietro, Feltri, la Brambilla, Gasparri, la Gelmini …

Stefano li guarda stranito. L’orrore si impadronisce di lui: riconosce, infatti, sua moglie, suo figlio Lorenzo, Rino, Livio, Andrea, Silvia …
Quella è la sua famiglia e i suoi amici. Tutti vittime dello stesso assurdo maleficio.
Dai frammenti dei discorsi, capisce che si è in attesa del Grande Evento: l’arrivo di Lui, Silvio Berlusconi.

Approfittando del caos che regna nella stanza, scivola -non visto- in cucina.
Si siede accanto alla stufa.
Stacca il tubo flessibile del gas dall’attacco a muro e gira la manopola centrale.
Con un sibilo leggero il gas esce dalla tubatura e riempie, pian piano, la stanza.

Dalla sala, continuano a provenire voci.
Suona il campanello. C’è un gran trambusto.
Tutti salutano allegri: il “Grande” Capo è arrivato.

Chissà a chi è toccato trasformarsi in Silvio? Si chiede Stefano, estraendo una sigaretta dal taschino della camicia.

Poi, mentre con un sorriso sornione aziona l’accendino, fa in tempo a pensare:
“Guarda e impara, Zeno: questa è davvero l’ultima sigaretta!”

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