Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa  e Vendetta di George Jonas: due libri che affrontano il rapporto tra palestinesi e israeliani.

Palestina e Israele. Israele e Palestina. Non sono due squadre di calcio. E non c’è una fazione per cui tifare. Allora cosa rimane? La possibilità di analizzare la questione alla luce di un unico concetto: la vendetta, una volta innescata, difficilmente può avere fine.

Ogni mattina a Jenin” è una meravigliosa e struggente saga familiare che riporta alla mente la migliore Allende, proprio quella de “La Casa degli Spiriti”. Il libro di Susan Abulhawa racconta la storia di una famiglia araba costretta a lasciare la sua casa natale a Ein Hod per il campo profughi di Jenin e a subire, per oltre sessant’anni, violenze e soprusi da parte dell’esercito israeliano.
Non è una storia vera ma, come suggerisce l’autrice, i fatti e i dati raccontati purtroppo lo solo.
La famiglia di Amal, la protagonista del romanzo, diventa così il simbolo di tutte le famiglie palestinesi e la rappresentazione del dolore fisico e mentale di ogni vittima di ogni guerra.
Nelle pagine di Ogni mattina a Jenin, è come se i palestinesi pagassero per tutto quello che hanno subito gli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Come se il male dovesse per forza essere esorcizzato con altro male.

Questo concetto della circolarità del male lo ritroviamo in “Vendetta” di George Jonas (NDR. da cui poi Spielberg ha tratto il film “Munich”). Tutto inizia il 5 settembre 1972, quando un commando palestinese di Settembre Nero fa irruzione nel villaggio olimpico di Monaco e sequestra alcuni atleti israeliani. Il risultato è un bagno di sangue.
Viene così organizzato un gruppo con il compito di dare la caccia ai terroristi responsabili della strage.

Se, anche in questo caso, il sentimento iniziale è rabbia e sdegno, proseguendo la lettura il punto di vista cambia.  Il libro, seguendo la storia del gruppo, indaga più profondamente le ragioni dei due gruppi, e più in generale il sentimento della vendetta e delle conseguenze a cui può portare: un circolo vizioso di violenza.

E’ chiaro e palese che, come spesso accade, si tratta di una lotta tra un Davide e un Golia. La violenza del più forte, sostenuta da altri Golia, sarà sempre più intensa e tragica di quella del più debole. Ma se il più debole si trasforma a sua volta in forte, tutto questo non può avere fine.

L’unica speranza è pensare che a volte la storia possa finire in un altro modo. E per fortuna, perché altrimenti la Germania non esisterebbe più.

Dagmara Bastianelli

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