Scatti meditativi è il secondo passo alla scoperta della Grande Mela davanti a un’improbabile tazza di caffè.

NYC, 13/6/12

Scatti meditativi 


È la prima volta che passeggio per le strade di Bushwick. Appena scendo dalla linea L mi accorgo che qui si respira tutta un’altra aria rispetto all’asfissiante Manhattan. Mi sembra di essere arrivato in un desolato paesino di periferia: una schiera di case basse si perde nell’orizzonte scosceso, il marciapiede pressoché vuoto è costellato da ogni porcheria immaginabile, nel piazzale degli skater azzardano nel corrimano piroette e giravolte per tutti i gusti mentre nel muretto di fronte un gruppetto di scolarette sghignazza in un modo a dir poco irritante, c’è poi chi arranca a testa bassa verso casa con addosso ancora quella sfinente divisa da meccanico. In un tavolino piazzato nel bel mezzo della strada un paio di vecchi giocano a carte e poco più in là dei bambini vestiti da veri gangster mi scrutano da cima a piedi con occhiatine di sfida. – I quartieri di New York si possono leggere nelle facce delle persone.
Percorro tre blocchi lungo Grand Street, giro a sinistra a Morgan Avenue, poi a destra sulla Metropolitan ed eccomi arrivato: sono ai piedi del montacarichi di un imponente edificio totalmente fatiscente con appesa la scritta ISCP, mi ricorda vagamente uno di quegli spazi riciclati dedicati all’arte di Berlino, probabilmente un tempo deve essere stato un magazzino o una fabbrica dismessa, ora è ristrutturato ed è una residenza per artisti. – Mi piace.

Salgo le scale e busso alla porta dello studio di Simone che mi accoglie con un sorriso fino alle orecchie. Ho conosciuto Simone la settimana scorsa, dopo aver visto esposti i suoi lavori ed essermi intrufolato in una cena post mostra di totale degenero.
Without the Memory è la serie di foto che avevo visto proprio quel martedì, un progetto che parla dei problemi di memoria di sua nonna, dei bigliettini che dissemina in giro per casa per annotarsi ogni cosa.
Quando leggo quei bigliettini mi sento un po’ spaesato, sono di fronte a una sensazione ambigua che faccio difficoltà a decifrare. Mi spiego, da un lato l’innocenza e la leggerezza di quelle calligrafie così elementari mi fa sorridere, dall’altro la sofferenza che emerge dalla ripetitività dei gesti quotidiani che la nonna è costretta ad appuntarsi è agghiacciante .
Una scritta quasi minacciosa dice: “Devi cucinare e mangiare TUTTO questo pollo. TUTTO”. Delle altre rammendano con cura: “Il sugo va sempre rimesso in frigo”, “Usare tanto sapone per lavare i piatti / Bere molto”, “Di notte non ci si alza.. non devi prendere medicine, non devi fare niente, devi dormire, di notte si dorme (non sul fianco destro), non si passeggia, non si fa il letto / non si va in cucina”. Ma rimango esterrefatto quando leggo: “Si deve avere pazienza e fare la popò, aspettare, non alzarsi, non toccarsi con le mani, non farla fuori. Dopo ci si fa il bidè con tantissima acqua e tanto sapone”.
In poche parole: punto uno, non so se ridere o piangere della povera nonna, punto due, mi viene in mente Guido Gozzano o Aldo Palazzeschi e penso a sua nonna come a una poetessa crepuscolare, ed è così che ritorno al punto uno in cui non so se ridere o piangere.
Il tema della memoria abbraccia il senso dello stesso scatto fotografico, che fissa nel tempo un ricordo, un’azione. Penso che Simone abbia preferito fotografare quei bigliettini piuttosto che portarseli fisicamente a New York proprio per questo motivo. Magari mi sbaglio. Quelle foto per me sono dei ricordi di ricordi. Simone ha voluto prenderne un po’ le distanze, ha frapposto a quella realtà la sua macchina fotografica.
Certe volte le memorie si duplicano, si incastrano fra loro, come in un sogno. Martedì scorso, durante la presentazione del suo lavoro, Simone ha organizzato una piccola performance: ha chiesto al pubblico di chiudere gli occhi e di assumere una posizione comoda nella sedia, poi ha invitato a cercare nella propria mente un’immagine lontana nel tempo e fissarla su carta. Io ho pensato a quell’aquilone giallo e blu, indubbiamente il più bell’aquilone del mondo, quello che ha deciso di volarsene via.
Nello studio Simone mi mostra altri suoi progetti, tra cui delle foto parlanti. Una serie di scatti che ha ripescato dal suo archivio e che ha associato a delle registrazioni audio dei sogni che gli sono stati raccontati dagli stessi soggetti delle foto.
Poi mi illustra un’altra serie dedicata ai piccioni viaggiatori, in cui si immedesima con la sua macchina fotografica nella visione di un piccione e ripercorre tutto il suo viaggio, dalla gabbia, al volo, all’arrivo.
Insomma capisco che tutte le sue opere hanno una stretta relazione tra mente e sguardo, con la fotografia Simone cerca di andare alla ricerca delle immagini remote che vagano dentro la testa.

Ma attenzione, ora viene il bello. Chiedo a Simone: – Perché sei venuto a New York? – Mi risponde: – Per trovare me stesso -. Ci rimango secco.
Penso, – trovare se stessi nel cucuzzolo del Tibet o tra le rive di Varanasi o in qualche deserto australiano posso capire, ma a New York proprio no -. Mi racconta che New York gli è capitata per caso, neanche ci avrebbe mai pensato, odia l’America e tutto ciò che è americano, precisa: – A parte gli americani che sono antiamericani, vedi Patti Smith -. Un bando organizzato da Seat Pagine Gialle l’ha voluto vincitore e così ora è qua; a trovare se stesso.
New York è una città paradossale e c’era da aspettarsi anche questo. A volte si può veramente percepire di essere al centro del mondo ma allo steso tempo è chiaro di non essere nessuno. Si è soli circondati dalla folla. Può sembrare assurdo ma è proprio così, più che altrove New York ha bisogno di luoghi in cui sia possibile respirare, in cui sia possibile condividere con la collettività un minuto di pace, un minuto senza la spietata concorrenza che ti martella ininterrottamente le spalle, un minuto che arresti gli egoismi da raggiungere con qualsiasi mezzo.
New York ti mette continuamente in gioco, alla prova con te stesso e con le tue potenzialità, tu qui sei solo quello che hai e quello che sei in grado di ottenere. A New York sei solo, a faccia a faccia con il mondo. Penso che Simone abbia ragione, New York ti offre una buona occasione per conoscere meglio te stesso, giorno dopo giorno sfida tutte le tue capacità, anche quelle che pensavi di non avere.
Poi Simone mi annuncia che il suo prossimo lavoro sarà sulla meditazione. Parliamo a lungo su cosa significhi meditare: vuol dire svuotare la mente, fare pulizia di inutili e ingombranti pesi, trovare una serenità interiore e un giusto equilibrio con l’esterno. In questo caso l’involucro esterno è New York, e tanto più sarà difficile dialogare con questo esterno tanto più sarà difficile affrontare il nostro interno.
Il caso vuole che proprio qualche giorno fa, trascinato dalla mera curiosità, sono entrato in un centro buddista durante la recita di un mantra e ho capito quanto sia di aiuto avere una forte spiritualità per riuscire a combattere lo stress metropolitano. In un mantra si elimina tutto, l’intera New York è capace di scomparire per un ora.
La meditazione ha senso laddove c’è bisogno, e dove se non New York. La meditazione ci aiuta a cogliere l’attimo. Immersi nel continuo flusso di iniziative è facile proiettarsi troppo avanti o rimanere indietro, senza godere del presente. Troppi artisti qui sognano invano qualche galleria a Chelsea e lasciano alle spalle la propria ricerca.

Ecco, penso di essere arrivato al succo, per me questo è Simone e per oggi è tutto, si è fatto tardi ed è ora di tornare. Mentre cammino verso la stazione penso che posso reputarmi soddisfatto del mio primo incontro. Cercavo un senso in questa città e direi di averne già trovato uno. La scoperta di se stessi a New York, chi l’avrebbe mai detto.

Carlo Cecconi

Biografia:
Simone Martinetto (nato nel 1980 a Torino) ha una laurea in filosofia. Ha esposto in circa 40 mostre in Italia e all’estero, tra cui Claudio Bottello Contemporary Gallery di Torino e Frost Art Museum di Miami. Ha cominciato a fotografare quando suo nonno, poco prima di morire, gli ha regalato la macchina fotografica che aveva comprato in occasione della sua nascita. Martinetto lavora come artista, fotografo di scena per il cinema e insegnante.
www.simonemartinetto.com

 

 

 

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