Casa dolce casa è il sesto passo alla scoperta della Grande Mela davanti a un’improbabile tazza di caffè.

NYC, 18/8/2012

Casa dolce casa

Harlem, il mio quartiere, è qui che New York mi ha ospitato ed è qui che è iniziato tutto.
L’appuntamento di oggi è fissato in una residenza per artisti collocata all’interno dello Studio Harlem Museum, esattamente tra Malcolm X e Adam C. Powell Jr. Bulevard.
Ormai sono di casa, mi muovo senza problemi tra i soliti banchetti e le solite facce, ed è bello rendersi conto dopo tre mesi di appartenere a un preciso luogo della città. Questi muri e questi marciapiedi sono i miei, mi confortano e non mi fanno sentire completamente uno straniero. Mi guardo attorno e quest’idea mi fa sorridere, per chi non lo sapesse Harlem è il quartiere nero di New York – io, color latte dagli occhi celesti e riccioli d’oro, passeggio tranquillo anche se a tratti non troppo inosservato, sarà forse colpa della mia nuova camicia a fiori?
Mi piace questa situazione, è la prima volta che mi capita di non vedere bianchi per chilometri, è la prima volta che mi capita di sentirmi nero. Alcuni colleghi mi avevano sconsigliato di venire ad abitare qua, avvertendomi che anni fa era assolutamente proibito per un bianco entrare a Harlem – se non dentro una cassa in mogano. Tuttavia, dopo i provvedimenti presi dall’ex sindaco Rudolph Giuliani, le cose stanno cambiando e desidero prendere parte a questo cambiamento.

Dunque, come poter descrivervi Harlem? Pensate a un villaggio, dove tutti si conoscono da sempre, in cui la vita si svolge principalmente in strada, tra schiamazzi, musica rap assordante che rimbomba tra i palazzi, match di basketball sotto fetidi cavalcavia e sogni di gloria nell’NBA, bambini che si rincorrono e si rotolano sotto le enormi fontane dei tubi idraulici appositamente rotti, bighelloni che si trastullano sopra i tre gradini d’ingresso in cerca di provocazioni e di guai, gli ubriaconi delle cinque di pomeriggio, le Big Mama con i gomiti nei davanzali in ciabatte e grembiule in attesa dell’ora di cena, vecchi ruderi decrepiti in compagnia di un sigaro che ti penetrano con la loro silenziosa saggezza dagli occhi neri, e poi ancora gang o piccoli criminali in canottiera bianca, catene d’oro, berretto e in mano un bastone da passeggio,  spacciatori, accattoni, tossici, prostitute, o semplicemente ragazze meravigliose dalla pelle di ebano e dalle folte chiome crespe che sventolano vividi parei gialli, rossi e blu – è la strada che mi ha insegnato le regole sociali di sopravvivenza nel quartiere. Invece nel mio palazzo la legge è una sola e si chiama Don Carmelo. Seduto sul suo trono in vimini piantato sotto le scale, conosce perfettamente tutto di tutti, ogni spostamento e ogni incontro – me compreso. Guai a mancargli di rispetto quando torno a casa o non fermarmi un attimo per aggiornarlo sulle mie ultime novità. Don Carmelo ha sette figli e con loro ha il controllo dell’intero isolato.
Cammino nella centoventicinquesima, passo l’Apollo Theatre con un pensiero in tributo a Michael Jackson, Ella Fitzgerald e James Brown, poi entro nel museo, chiedo di Njideka, aspetto qualche minuto, finché la vedo uscire dall’ascensore. Mi invita a visitare il suo studio, ed è qui che la intervisto.

Njideka è una pittrice, è nata in Nigeria nel ‘83 e dal 1999 vive in America. Le sue tele raffigurano scene di vita quotidiana, balli, feste, abbracci, dialoghi, incontri, amori. Prende spunto dalle fotografie che scatta ai suoi amici o ai parenti, oppure sfogliando delle riviste o dei quotidiani nigeriani.
Le atmosfere che crea rimandano inevitabilmente alle sue radici culturali, ogni personaggio ritratto incarna una sfumatura della lontanissima Nigeria. Tuttavia Njideka non è una nostalgica, ma è molto orgogliosa delle sue origini, tanto da essere il leitmotiv della sua arte. Ciò lo possiamo ritrovare nei suoi colori accesi e piatti, nei pattern eleganti e sinuosi, nello stile degli abiti e degli ambienti.
A Harlem Njideka si sente a casa, qui ha ritrovato le sue abitudini, la stessa mentalità e le stesse vibrazioni. Nel quartiere la vita trascorre in modo lento e pacato, i ritmi seguono le sole esigenze umane. Esistono ancora gli spazi per i rapporti personali e per perdere un po’ di tempo guardandosi in faccia. Harlem è povera, non conosce gli eccessi sfrenati del resto di Manhattan, tutti vivono nella medesima condizione economica e le differenze sociali non sono così evidenti, per questo il valore di aiutarsi a vicenda possiede ancora un senso.
Harlem non è un luogo, è una comunità di persone – per questo la amo.

I dipinti di Njideka sono frastagliati da collage di fotografie rubate a svariati giornali di cronaca o da pubblicità, via via che li osservo emerge la miriade di facce che vanno a comporre ogni figura, i personaggi, i vestiti, i corpi, le pareti, i mobili. L’artista è meticolosamente attenta alla composizione formale delle sue rappresentazioni, tanto che sembrano delle strutture architettoniche. Le sue figure si incastrano perfettamente tra loro, si bilanciano nello spazio, a volte si uniscono e compongono unità più grandi, altre volte si mescolano e confondono le loro sembianze – mi ricordano vagamente Édouard Vuillard.
I quadri che mi trovo davanti sono delle architetture in movimento, si animano vorticosamente sotto la critica analitica del mio sguardo. Noto che piuttosto di essere colpito da uno sconvolgente impatto fulmineo sono attratto da una progressiva scoperta delle suggestioni che l’artista riesce a mettere a fuoco, oppure dalle angolature e dalle scelte prospettiche, dai profili e dai contorni celati.
Inoltre adoro il senso di non compiuto delle sue opere, possono quasi sembrare non terminati, lasciati in abbandono nello studio per noia o pigrizia. Molti personaggi non sono completamente dipinti, gli mancano delle parti, svaniscono nel vuoto, sono dominati dall’incertezza e dal dubbio. Il senso generico che riesco a percepirne è quello del non finito, appunto, dell’in-finito.

Difatti la superficie della tela non necessita di essere interamente usata, i suoi spazi vuoti servono per far riposare l’occhio e sottolineano l’attenzione che bisogna rivolgere verso i protagonisti della scena. Gli spazi neutri amplificano e determinano la struttura delle forme complessive dell’opera, quindi il loro essere un nulla in realtà è un tutto – esattamente come le pause tra una nota e l’altra nella musica. I vuoti anatomici di Nijdeka scandiscono un ritmo, stabiliscono la pulsione della nostra visione.
Alla fine dell’intervista Njideka mi insegna perfino qualche sofisticata tecnica pittorica, molto gentile, magari un giorno potrà essermi utile e mi ricorderò di lei. Così le stringo la mano e ci sorridiamo, poi faccio retro front e mi imbuco nel crocevia delle metro.
Lungo la linea 6 ripenso a quelle tele, ipotizzo una vita in Nigeria, magari il prossimo anno.
Cambio di metro.
Lungo la linea Q ripenso invece alla mia di casa, quella che sta dall’altra parte, in fondo un po’ mi manca. Sono lontano.
Forse è giunto il momento di tornare, magari ora.
Chiudo gli occhi e attendo la prossima stazione. Sarebbe bello poter ritrovarmi in via Scaroni direttamente con la linea Q.

Carlo Cecconi

Biografia:

Njideka Akunyili è un’artista visiva nata in Nigeria. Si è laureata nel 2011 a Yale, dopo aver studiato all’Accademia di Belle Arti a Swarthmore College, in Pennsylvania. Njideka Akunyili ha esposto i suoi lavori nel Museum of New Art di Detroit e nello Studio Harlem Museum, dove attualmente sta svolgendo una residenza.
njidekaakunyili.com

 

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