
Un giovedì, avventurandomi sulla ripidissima Almirante Montt alla scoperta delle infinite meraviglie di Cerro Alegre, vengo rapito da una straordinaria fragranza presente nell’aria. Sono sicuro, questo è pane integrale. Ma c’è dell’altro, non capisco. Sembro un cane da tartufi. C’è un signorotto coi capelli neri appoggiato allo stipite di una porticina. Ha due grandi occhiali da sole ed un cappello di paglia. Non ci ho ancora mai parlato ma è già diventato il mio idolo. Continuando a fiutare le provocanti esalazioni mi avvicino sempre di più alla porta segreta. Noto che sulla sinistra c’è un cartello di legno con una scritta fatta a pennello: empanadas.

I nostri sguardi s’incrociano per un istante e come per magia siamo già amici. Vorrei entrare a dare un’occhiata ma non sono ancora stato invitato a farlo. Fumando una Belmont rossa, definiamo le nostre rispettive posizioni all’interno della società. Ho sempre più fame. Il dialogo si evolve e la persona che ho davanti assume un’identità: dice di essere Patricio, ma mi sprona a chiamarlo Pato. Nemmeno dieci minuti sono passati dall’inizio della nostra discussione e già mi chiede se voglia lavorare per lui. Rispondo che all’occorrenza potrei prestarmi volentieri, ma non ho ancora capito bene cosa devo fare, quando e come. Entriamo. Pato estrae un grosso contenitore di plastica coperto da una tovaglia a scacchi che scosta successivamente. Dentro c’è il suo tesoro.

Sono le famosissime empanadas cilene, ovvero dei mini calzoni ripieni con qualsiasi cosa si possa immaginare. Pomodori a cubetti, olive nere, origano e mozzarella. Zucca, carne di soia e cumino. Polpa di granchio con soffritto di cipolle. Merluzzo con paprika e mozzarella. Peperone, peperoncino ed aglio. Frutti di mare e formaggio fuso. Di tutto di più. Mi spiega come distinguerle. Mi mostra il listino prezzi, la cassa e le buste per confezionare i prodotti. Poi sparisce correndo. Lui è un folle, penso. Mi guardo attorno pensando a come Paricio, una persona che conosco da una manciata di minuti appena, possa lasciarmi in mano il suo pane quotidiano. Il suo negozietto (una sola stanza) consiste in una piccola fornace ad angolo, due fornelli collegati ad una bombola del gas, un bancone ed un mini-frigorifero. Le rosse pareti contrastano alla perfezione con il bianco nonché bassissimo tetto. Nell’angolo un appendiabiti adornato con vecchi cappelli di ogni genere. Passano un paio d’ore e di Patricio nessuna traccia. Intanto servo i clienti sfoggiando un perfetto cileno e la cassa si riempie di Pesos.

Essendo il locale situato nel quartiere bohemien della città, vengo a contatto con artisti di ogni genere: da fotografi a musicisti, passando per decine di architetti.
L’atmosfera è straordinaria.
Poco prima che cali il sole un ombra viene proiettata, dall’uscio, sulla parete centrale del “boliche” (negozio in cileno). Patricio è finalmente tornato. Ha in mano una bottiglia di Escudo da un litro e due bicchieri. Il miglior compenso per un pomeriggio di lavoro. Chiudiamo il locale e ci sediamo sulle scale esterne per fumarci l’ultima sigaretta prima di rincasare. Quando mi alzo in piedi è già notte. Sulle scale giacciono altre quattro bottiglie vuote. Abbraccio il mio nuovo amico e me ne torno a casa a piedi. Lavoreremo assieme per ben tre mesi.
Grazie soffio.
Effettivamente fa anche venire fame…
Io questo lo trovo un post delizioso