Leggo in questi giorni i trascritti di alcune delle intercettazioni delle conversazioni che il nostro premier ha avuto con personaggi a dir poco ambigui (a dir suo “bisognosi”) e alcune sue affermazioni francamente al limite dello sconcertante. No, mi correggo, oltre il limite.
Non sono le prime e non saranno le ultime, temo.
Il contenuto, solo apparentemente irrilevante suona più o meno così “(…) tanto io tra qualche mese me ne andrò da questo paese (…) che mi ha disgustato”.
La lettura superficiale (ahimé ancora di troppi) è “Poveretto, ha ragione, è esasperato, lo perseguitano da mesi”. Quella più semplice e pragmatica (ahimé ancora di pochi) è “Ma dove va? Ce lo dica così, nel caso, andiamo noi da un’altra parte oppure rimaniamo qui e cerchiamo di mettere a posto il casino (anche non metaforico) che ha messo in piedi”.
A me, cui piace essere semplice e anche un po’ primitiva, l’affermazione del Presidente del Consiglio dei Ministri suona un po’ come se io dicessi di casa mia (che, peraltro, è anche della banca che mi ha erogato il mutuo) “Mi fa schifo come l’ho arredata, non so nemmeno come ho fatto a comprare -parola chiave “comprare”- una tale catapecchia, mi dà la nausea, che se la mangino i topi”.
A mio modesto parere, qui il problema non è dove e se andarsene. Il problema è quello della responsabilità. Responsabilità verso la vita propria (e questa è una dimensione individuale) e verso quella degli altri (questa è una dimensione collettiva che, devo dare una pessima notizia al premier, è quella che in questo momento dovrebbe, per lui, avere la priorità).
Io, nella mia semplicità di cui vado fiera, non capisco bene quale tipo di sistema consente che gli speculatori brucino in una mattinata miliardi di Euro e centinaia di migliaia di posti di lavoro come se giocassero una partita a poker il venerdì sera tra amici puntando gli spiccioli. Ma sono in grado di capire che se questo succede, e se questo ha una ricaduta sulle nostre vite e su quelle degli altri che da noi dipendono, me ne devo assumere la responsabilità. Sì, anche io in prima persona, nel mio piccolo mondo. Figuriamoci quanto dovrebbe prendersela chi ci governa. Per responsabilità (civile) io intendo non solo quella di essere in grado almeno di porre le basi per risolvere la situazione in cui la maggior parte delle famiglie in questo paese versa (davvero tragica, altro che quella dei presunti estorsori -o beneficiari delle elargizioni- del premier), ma anche quella di dire “Io non sono capace, non posso assumermi la responsabilità delle vostre vite, e vado via per questo”. Sarebbe un atto, questo ultimo, di grande civiltà che, purtroppo, non possiamo, temo, aspettarci.
Io sono stata pessimista, qualche mese fa, quando ho detto che era tutto bello, che il vento era cambiato davvero, ma che non ero sicura saremmo stati pronti al cambiamento. Il cambiamento bisogna guadagnarselo, non “capita”, ma si conquista, come la cima di una montagna, un tiro di corda dopo l’altro.
Al momento, tutti pronti a essere contro, a festeggiare che il popolo si è stancato, ha detto diversi “No” (a partire dalla mia città) e “quattro Sì” che contano, ma poi? Il popolo (e chissà di chi stiamo parlando) è pronto ad andare oltre? E’ pronto a un’alternativa seria? E’ pronto a ribellarsi davvero contro una società (civile?) che guarda impassibile o impotente (perché c’è una differenza, nel caso qualcuno non se ne sia accorto, tra impassibilità e impotenza) gli speculatori giocare con le vite degli altri e divertirsi anche? E’ il futuro nostro, dei nostri figli, ai quali magari non potremo assicurare patrimoni ereditari e ai quali, con tali esempi pubblici, faremo anche fatica a insegnare il senso della responsabilità per le vite loro e degli altri. Vogliamo o non vogliamo essere responsabili, smettere di lamentarci e costruire un’alternativa seria? Vogliamo prendere una posizione, nel senso vero del termine? La posizione non è solo sciopero sì o sciopero no, non è con la Lega o contro la Lega (entrambe peraltro ancora non affatto chiare, da parte dell’ “opposizione”, secondo la mia lettura, semplice), ma è (o dovrebbe essere) “Salviamoci la pelle, che bella o brutta è quella lì”. E che è di tutti. Come l’acqua.
Possibile non si possa fare questo insieme? Possibile non si possa considerare le nostre vite e, di conseguenza, quelle degli altri, un valore e un bene comune al di là del principio di essere “contro” gli irresponsabili? Possiamo mettere nel nostro “essere contro” il bene comune quale contenuto?
A me piace pensare che possiamo farlo, con responsabilità. Penso possiamo andare oltre ed essere “per” più che “contro”. Se ci fermiamo all’ “essere contro” (posizione anche attraente in sé ma ancora troppo facile) penso che, in questo momento, rischiamo l’identità. Se non andiamo oltre e se non mettiamo in chiaro i nostri contenuti e se, per caso o giustizia, colui cui siamo contro se ne va non sappiamo più chi siamo e dove andare. A meno che non ci dica esplicitamente dove andrà lui. In tal caso ci rimarrebbe un senso. Quello contr-ario.
Antigone
PRESENTE. Io ci sono.
Svegliamo il grillo parlante che e’ in ciascuno di noi (coscienza), siamo responsabili ciascuno nel proprio ambito qualunque esso sia. E magari smettiamo di continuare a sacrificare tutto quanto ci viene chiesto dal dio-io, che credo sia l’idolo piu’ esigente che esista (molti gli hanno offerto e gli offrono costantemente in sacrificio gli affetti ed i valori un tempo sacri per tutti). L’individualismo e’ come uno di quei tumori invisibili che devasta silenziosamente un organismo fino alla sua repentina distruzione.
Mi piace sentir parlare di responsabilita’.
Cominciamo, ora.
La vetta e’ lontana, ma non impossibile da raggiungere.