
Ho appena capito che la sosta sarà più lunga del previsto, pertanto apro il diario ed inizio a scrivere. Il pullman giace sul bordo della strada. L’autista pare che stia inventando una cinghia con delle foglie di banano. Chissà a che ora arriverò e dove. Per fortuna il mezzo riparte nel giro di mezzora e marciamo tutti verso Tumbes, l’ultimà città a nord del Perù. Presto attraverserò la frontiera e solo allora tutt’attorno sarà Ecuador. Dicono che assieme a Desaguadero e Uruguaiana questa sia una delle più pericolose dogande dell’intero continente, ma ormai questa filastrocca si ripete troppo spesso. Comunissimi luoghi.
Mi ricredo subito però, quando appena sceso dal pullman mi trovo in mezzo a una ventina di persone che cercano di attirarmi sulla propria vettura. Sono un portafogli camminante. Riconoscere un taxi vero è difficilissimo, sono tutti uguali: o tutti veri o tutti finti. Un ragazzo ha già preso il mio bagaglio, senza che io gli abbia detto nulla, e lo sta caricando sulla sua vettura. Alzo la voce. Non posso fare niente senza che uno sciame di persone mi segua per tutta la stazione.
Zaino in spalla, nervi saldi.

Mi getto in strada e fermo un’auto per un’informazione. A bordo c’è una coppietta di anziani che sta tornando verso casa. Chiedo loro di potermi accompagnare il più lontano possibile da quella situazione. Accettano, hanno il simbolo del dollaro al posto delle pupille.
Il signorotto che conduce la vettura si mette d’accordo con un amico per farmi accompagnare da lui fino alla frontiera. Detto fatto: lo scambio avviene in un orribile quartiere di periferia. Entro in una vettura nera senza nome. Dentro tutto casca a pezzi. Attendo in macchina da solo. Abbraccio lo zaino come un bimbo abbraccia un peluche nel letto dopo aver visto il suo primo film d’orrore. In pochi minuti entra in auto Angel, un sovrannaturale essere che da anni sembra aver superato il quintale. Si dimostra subito simpaticissimo: canta la canzone che passa in radio, cerca di coinvolgermi, mi fa mille domande. Saltuariamente sento il bisogno di ricordargli che nel paese in cui siamo, ovvero il suo, si guida a destra. Arriviamo alla frontiera, il sole è ormai calato. Un signorotto panciuto, seduto in un tavolino di fronte all’ufficio migrazione, subito mi chiede se voglia dei dollari. Rispondo che piuttosto che con i suoi dollari pago in cioccolata. Timbro e passa la paura, sono fuori dal Perù. Resta solo un problema: come attraversare fino Cantòn.
La giornata di oggi è paragonabile a uno schema di Alex Kidd.
All’improvviso un pullman di americani si ferma: scendono tutti e corrono a timbrare il passaporto. Prego l’autista di caricarmi solo per qualche chilometro, ma questi rifiuta in quanto il pullman è pieno. Prometto che a Cantòn scenderò, voglio solo un passaggio di qualche chilometro. In qualche modo lo faccio accettare ed il pullman riparte. A bordo l’atmosfera è delle peggiori: i-pod, i-phones, i-pad. Non c’è nessuno che conversi con il compagno di sedile.
Poco importa però, il tutto durerà solo pochi minuti.
Finalmente arrivo a Cantòn e mi metto in coda per timbrare l’entrata in Ecuador. In pochi minuti la fila diventa un salotto, siamo tutti amici. Racconto la mia storia ad un gruppo di ragazzi di ritorno da una vacanza in quel di Mancora e credo di fare loro pena a tal punto che mi offrono subito un passaggio verso Machala. Poco importa se il mio posto è nel retro del pick-up, anzi, proprio questo fatto mi proietta al settimo cielo. Per circa un’ora e mezza resto solo col mio zaino. Passiamo attraverso interminabili campi di banane ed in men che non si dica sono a Machala.

Khayda mi attende a casa sua con la cena pronta. Sono questi i momenti in cui pensi quanto Couch Surfing sia straordinario. Ma soprattutto sono queste le giornate che non si dimenticano facilmente. Spengo la luce e mi infilo nel sacco a pelo: in questo momento voglio bene a tutti.