gilScott Questa volta se ne è andato in maniera definitiva. Proprio lui, specializzato in resurrezioni, uno che all’inferno ci è stato una infinità di volte, ma è sempre riuscito a tornare, ora ci guarda da chissà dove. Lui non è più tra noi, ma ci lascia una eredità fatta di scritti, versi, romanzi, parole gridate con rabbia da una voce dalla timbrica potente, sensuale e profetica.

Gil Scott Heron, da Chicago, Illinois, classe 1949, ma a tutti gli effetti nuyorkese di adozione, aveva tutte le carte in regola per essere un Dio sulla terra.

Poeta, scrittore, pianista, perfino una probabile carriera da protagonista nella lega professionistica di basket. E’ un grosso infortunio a decretare la sua rinuncia verso il mondo della NBA; con il senno di poi si possono immaginare ipotesi e scenari di ogni tipo. Ma soprattutto di gloria.

E la prendi forse con una discreta dose di filosofia se il talento che possiedi ti permette di scrivere romanzi e comporre canzoni di successo. Accetti più volentieri la sorte avversa se la comunità afroamericana, che vive con difficoltà l’America degli anni 70, si riconosce nelle tue parole, ascolta i tuoi moniti, compra i tuoi dischi e i tuoi libri decretando in maniera inequivocabile il tuo successo.
Gil Scott Heron può essere serenamente considerato il padre spirituale del rap politicizzato, l’uomo che con i suoi versi, le parole taglienti, adagiate alla perfezione su trame intessute di funky, di blues, di soul, non fa sconti proprio a nessuno. Lui amava definire la usa musica “bluesology”.

I Public Enemy, Michael Franti e chissà quanti altri rappers arrivati almeno quindici anni più tardi sono senz’alcun dubbio sue propaggini, sue consapevoli creature. Ascoltatevi “The Revolution Will not be Televised” e questo concetto vi sarà immediatamente chiaro ed evidente. E se vi soffermate sul testo vi renderete conto di quanto i le tematiche affrontate da Gil siano attuali, seppure a distanza di quarant’anni.

E proprio in virtù delle sue denunce, delle sue arringhe, per la sua vistosa figura di sovversivo e di oppositore del “Sistema”, per una decina di anni sarà messo sotto stretto controllo da parte delle forze di polizia. La sua netta posizione contro l’utilizzo dell’energia nucleare gli varrà la partecipazione al celeberrimo concerto “No Nukes”, al Madison Square Garden di NY, nel 1979. Gil Scott Heron e la cantante Chaka Khan gli unici artisti di colore in un cartellone zeppo di artisti bianchi. Da Springsteen a Crosby Stills and Nash, da James Taylor a Jackson Browne e i Doobie Brothers.

The Vulture, The Nigger Factory. Cercateli tra i libri pubblicati dal grande vecchio. Se siete amanti della musica procuratevi Pieces of a Man, Winter in America, Reflections. Altrimenti non potrete mai più fregiarvi del titolo di “appassionati” senza provare un profondo senso di colpa.

E proprio lui che aveva cantato e gridato ai suoi fratelli i pericoli e gli effetti devastanti della droga e dell’alcolismo cade nella trappola del crack e dello spaccio. Un contrappasso a rovescio, una punizione durissima per chi, come lui, aveva cercato di tenere lontano i giovani dalle tentazioni delle tossico dipendenze.

Sul finire degli anni ’90 Gil comincia la sua vorticosa discesa nell’Ade. Diventa “crack addicted”, dipendente in misura ineluttabile dalla più mostruosa delle droghe allora in circolazione. Dentro e fuori dalla galera, sempre in costante monitoraggio da parte delle autorità. E purtroppo Gil non sa più nemmeno se sia peggiore la condizione di tossico in crisi costante dia astinenza di quando è dentro, piuttosto che quella di “zombie” che attraversa quando ne è fuori. Il suo livello di paranoia si innalza talmente che arriva a smontare tutte le lampadine della sua abitazione per paura che nascondano una telecamera della polizia.

Gil vede di nuovo la luce nel periodo successivo al 2006, quando il produttore della XL Recordings Richard Russel, varca le soglie del carcere dove Gil è detenuto per proporgli un nuovo contratto e un disco da realizzare a breve. Esce così nel 2010 “I’m New Here”, una mezz’ora scarsa di brani dal sapore claustrofobico, notturno e a tratti disperato.

Basi musicali che lo portano lontano anni luce dalle atmosfere funk alle quali ci aveva abituato durante la sua carriera, ma che lo rendono un uomo nuovo, come una specie di resurrezione dalle proprie ceneri. “I’m New Here” vuole forse essere sotto molti aspetti un auspicio e oggi che Gil non c’è più posso dire che il presagio si è in qualche modo avverato. Esiste anche una versione completamente remixata da Jamie Smith del gruppo inglese “The XX”, dove l’elettronica sposa, a torto oppure a ragione, a voi la sentenza, la suadente e penetrante voce soul del grande poeta nero.

Gil Scott Heron se ne è andato il 27 Maggio, la notizia della sua morte mi ha molto colpito, come quando si perde una persona cara. Per fortuna la sua musica, i suoi libri, i suoi versi resteranno per sempre e rappresentano un bene inestimabile che ora più che mai abbiamo il dovere di riscoprire.

E proprio come avresti detto tu Gil in un’occasione del genere “Peace Go With You Brother”. R.I.P.

[youtube OET8SVAGELA 520]

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27 Maggio 2012 12:00

[…] parole gridate con rabbia da una voce dalla timbrica potente, sensuale e profetica…» continua CommentiScrivi un commento NOTA:Radio Pereira pubblica i commenti agli articoli da parte dei […]

f.t.
f.t.
3 Giugno 2011 11:59

E’ un vero peccato fare conoscenza (parlo per me) di personaggi del genere solo una volta che sono morti. Grazie per l’articolo. A proposito, si potrebbe pensare una rubrica: “personaggi che varrebbe la pena conoscere, prima che sia troppo tardi!!”