In morte di Enzo Del Re
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La notizia della morte di Enzo Del Re riesce a rendere tristi anche questi giorni per altri versi così luminosi.
Era il1970 -avevo 15 anni- quando, in un capannone industriale riadattato a teatro da “la Comune” (associazione culturale lanciata e fortemente voluta da un allora emarginatissimo Dario Fo e da Franca Rame), incontrai per la prima volta questo bizzarro e geniale personaggio.
Fu allora, 41 anni fa, che si scolpirono nella mia mente le sue parole:
“I lavori pesanti esistono perchè i pesi non sono equamente distribuiti”
e
“Adoro il lavoro, ma detesto la fatica. La fatica è quel dolore fisico che si oppone al proseguimento del lavoro”
E con esse quella magica sedia da dove uscivano ritmi impensabili.
Rividi Enzo Del Re esibirsi nel corso di varie manifestazioni per tutti gli anni settanta. Ne ricordo una “per il Cile e per il Vietnam”, come si diceva allora, alla fine del 1973 (l’undici settembre di quell’anno c’era stato il golpe in Cile e in quel periodo decine di migliaia di militanti di sinistra venivano torturati e uccisi) a cui partecipavano anche Ivan della Mea, Giovanna Marini, gli Stormy Six, Dario Fo, Franca Rame e tanti, tantissimi, altri.
Poi per anni, per decenni, non sentii più parlare di lui. Non ci furono più manifestazioni, non andava più di moda parlare male della fatica, dell’ingiustizia, dei pesi iniquamente distribuiti.
Vennero gli anni, i decenni, durante in cui gli esseri umani si distinguevano in “vincenti” e “perdenti” (e non più in sfruttatori e sfruttati), in cui la “meritocrazia” uccideva l’uguaglianza (e il merito veniva -e, ahimè, viene- deciso in base alla quantità di profitto capitalistico che l’individuo è in grado di produrre).
Non ho idea di come se la sia cavata quel bizzarro genio rivoluzionario e anticonformista in questi anni. Non bene, immagino; ma forse, armato della sua ironica saggezza e della sua sedia, è invecchiato meglio di tanti altri di noi che prendono troppo sul serio le follie del mondo.
L’ho rivisto comparire un anno fa sul palco del primo maggio: spirito d’altri tempi che ritrovava posto tra gli umori del tempo attuale.
Ricordo la gioia provata nel vederlo accolto come una rock star da quel pubblico giovane.
Forse uno “spirito” (quello spirito) sta davvero tornando.
A volte ritornano.
Proprio in quegli anni, era il 1974, festeggiando la vittoria al referendum sul divorzio, sentii un “vecchio” compagno dire: “Una gioia così non la provavo dal referendum su repubblica o monarchia”.
Eran passati “solo” 28 anni.
Oggi io, vecchio compagno, festeggiando i 4 sì all’ultimo referendum, posso affermare: “Una soddisfazione così non la provavo dal referendum sul divorzio”.
Di anni ne sono passati 37.
37 anni in cui hanno fatto di tutto per far sparire il “vecchio spirito” dalla faccia della terra. 37 anni in cui quello spirito ha saputo sopravvivere anche grazie al picchiettare di Enzo Del Re e della sua sedia.
Ben scavato vecchia talpa.
Grazie al compagno Enzo. Grazie di essere esistito nel nostro tempo e di aver suonato per noi e con noi.
Stefano Catellani
I referendum sono di per sè un atto indice di “coscienza civile collettiva”, come si suol dire… Io mi auguro però che gli “ideali collettivi” siano autenticamente introiettati in un credo individuale, e che, insieme all’entusiasmo della lotta per un credo comune, ci sia la capacità di sentire individualmente con altrettanta pregnanza l’ “afflato” del valore sotteso alle scelte per il bene comune.
ho letto e …avevo postato su Facebook ch e uso come un rimbalzo socio-politico culturale (ho parecchi alunni “amici”)il giorno della sua morte, “lavorare con lentezza”..un autentico capolavoro…complimenti!