Scuola Guida.Ricordo la mia prima lezione di scuola guida. Ricordo il percorso in salita, le mani sudate e la sensazione di guidare una navicella spaziale, o comunque qualcosa di più grande rispetto a uno Scarabeo 50. Ricordo la soddisfazione quando, a lezione finita, l’istruttore mi chiese se avevo già guidato. Da quel giorno la mia carriera automobilistica non è stata così brillante: un paio di paraurti ammaccati, portiere rigate, alberi che sbucano all’improvviso. Ciononostante guidare, anche per lunghi tragitti, mi piace. Mi da un senso di soddisfazione esattamente come in quella prima guida. Eppure ci sono ancora donne a cui questa soddisfazione è negata, pure questa.

In Arabia Saudita un fatwa ( un precetto religioso) recita “Permettere a una donna di guidare significherebbe provocare un miscuglio di generi che metterebbe la donna in serio pericolo, e porterebbe al caos sociale” . Lo si fa per il loro bene insomma. Peccato che il vento nel Nord Africa è cambiato da un po’. Dalle prime proteste tunisine qualcosa si è mosso. E le donne hanno deciso di non stare più a guardare impassibili. E’ un po’ che mi chiedevo cosa stessero aspettando le saudite. Nel paese più conservatore del mondo, dove una donna non può viaggiare se non accompagnata dell’uomo, le donne hanno deciso di protestare senza eccessi e soprattutto mantenendo il niqab, il velo che lascia scoperti solo gli occhi. Dopo 20 anni dalle prime proteste contro il divieto di guidare, le donne sono tornate per strada, questa volta in macchina.

Manal Sharif.La prima a lanciare la sfida è stata Manal Sharif arrestata per aver pubblicato un video su Youtube dove si mostrava alla guida della sua macchina in niqab, destinazione supermercato. La ventiseienne è stata rilasciata solo 9 giorni dopo firmando un foglio di scuse. Oggi si dice pentita del suo gesto, definendolo un errore: è chiaro che in seguito al suo rilascio Manal ha subito forti pressioni che l’hanno portata a rinunciare alla sua impresa. Dal suo gesto però è nata l’Organizzazione Women2Drive iniziativache ha lanciato l’iniziativa lo scorso 17 Giugno, in quella data molte donne hanno deciso di sfidare le autorità, mettendosi alla guida per svolgere le normali attività quotidiane come andare al supermercato o portare i figli a scuola, questa volta senza chiedere un passaggio ai maschi di casa o all’autista, nel caso delle famiglie benestanti.

L’organizzazione ha deciso di non darsi un punto d’incontro per evitare un blocco di massa come avvenne nel 1991 durante la prima manifestazione ufficiale per il diritto di guida alle donne saudite. Per ora non si sono registrati arresti, pare che l’unica fermata, oltre a Manal, sia una donna di 70 anni che abbia detto stupita “Ma io guido da anni!”. Anche questa volta la protesta è passata soprattutto per la rete e i social network in cui le donne saudite hanno pubblicato video di automobiliste coperte fino agli occhi alla guida da sole o accompagnate dai propri compagni. Il vademecum dell’Organizzazione Women2Drive consiglia infatti di farsi accompagnare e mostrare sul cruscotto una bandiera saudita a conferma della propria fedeltà al paese, per evitare problemi con le autorità.

We Can Drive. Ma non è solo la richiesta di poter guidare che spinge le donne saudite alla singolare protesta. Come nelle altre rivolte del Nord Africa, in un paese dove non esiste Costituzione, perché il Corano è la legge ed è fortemente radicata la dottrina wahabita che prevede una rigorosa interpretazione dei suoi precetti, l’urgenza sono tutte quelle riforme democratiche come il diritto di voto alle donne, che a noi sembrano ormai digerite (a parte qualche sparuto rigurgito qua e là). E’ così prima ancora della richiesta di poter guidare, le donne saudite si erano già mosse in rete per chiedere di poter votare alle prossime elezioni municipali di Settembre. Qualcosa si sta muovendo anche nella conservatrice Arabia Saudita. Chissà se il Re Abdullah conosce il detto “donne al volante, pericolo costante”. Non solo per i paraurti.

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