Seguendo qualsiasi cammino si voglia, Lisbona riesce a essere ogni volta diversa e ogni volta più attraente.

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Ci sono luoghi che quasi si sfiorano e nei quali quando arrivi capisci che ti eri perso qualcosa. Il Rato, per esempio, è uno di questi. Non è un punto turistico, o almeno non ha particolari bellezze da mostrare, ma di certo ha suggestioni. Nel centro della piazza, invero un inferno d’auto nelle ore più piene del giorno, sul lato destro salendo dal Marqeus de Pombal, c’è il palazzo sede storica del partito socialista, un edificio rosa che con tutta la sua forza emblematica riporta alla Rivoluzione dei Garofani, nel 1974, al Portogallo finalmente libero dal giogo di Salazar e Caetano. Poco prima, sempre salendo dalla Rotunda dedicata all’edificatore della nuova Lisbona post terremoto (1755), c’è il mercato, nel quale si entra da un vicoletto con una bella insegna in ferro. E’ fra i più noti della città. Avanti sulla destra si risale ancora per i giardini dell’Amoreiras.

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Prima delle torri colorate che inglobano un centro commerciale con tanto di multicinema e parcheggio, ecco la Mae d’Agua, la cisterna dalla quale partiva l’Aqueduto das Aguas Livres, maestoso monumento che campeggia con le sue arcate subito fuori la città. Sono giardini, quelli dell’Amoreiras, che inducono alla pace. Crescono piante e fiori, ci sono colori che si mischiano e vivono le loro luci come se fossero ad addobbare le strade per una festa, una processione. Pensare che poco oltre il frastuono è assordante e la città torna a assere soprattutto cemento e grandi vetrate sulle pareti degli alberghu di lusso della periferia (che da una parte confinano col Parque Eduardo VII), e asfalto sulle strade che portano fuori dalla capitale, nelle sue periferie-dormitorio. Qui la passione, il sogno, la magia è minore, pur se in qualche punto si torna a vivere momenti di grande delizia; ma noi, a piedi, preferiamo fare marcia indietro.

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Ma tornando ad avere il Rato come punto di riferimento, ecco che si può scegliere di seguire Avenida Alvares Cabral che porta al Jardim de Estrela. Ancora verde, ma anche laghetti, chioschi per assaporare qualcosa di buono, ancora pace. Quella di cui tutti noi abbiamo bisogno e di cui cerchiamo di cibarci in qualsiasi luogo ci si trovi, per lavoro o per diletto. La Estrela, con il suo barocco ben evidente, è una basilica molto cara ai lisboeti e sempre più apprezzata dai turisti, che la raggiungono, se vogliono, con l’eletrico 28. Vi ha lavorato, fra gli altri, un pittore lucchese che è un personaggio molto più conosciuto all’estero che da noi, Pompeo Batoni: lo avevo già trovato nella fredda San Pietroburgo, ora ce l’ho davanti in questa sempre più calda Lisbona.

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Calda come la sua gente, calda come la zuppa con la verza o quella con i legumi o ancora di pesce, i cui odori escono con sempre maggiore intensità dai mille bar con cucina, dalle adegas e dalle tascas, dai ristorantini che si affacciano lungo le sue strade, in qualsiasi quartiere ci si trovi (è difficile che almeno all’ora di pranzo un lisboeta mangi a casa, o per pigrizia del cucinare o per motivi di lavoro: è comunque una comunità che col cibo ha un legame assoluto, da veri neolatini). Anche attorno alla Estrela ce ne sono tanti di questi locali che servono i loro pasti spesso a impiegati frettolosi, ma che non vogliono farsi mancare, per spezzare la loro giornata, un caldo verde o delle bolinhas de bacalhau. Gli odori di Lisbona sono anche questi, i “monumenti” della città esulano talvolta da statue, palazzi, giardini, musei, perché investono le vita reale di questo luogo che è Europa, ma si spinge nelle Americhe e in Africa, che è Oceano, ma in fondo ha un’anima mediterranea come i Paesi che si affacciano sul mare interno. I monumenti di Lisbona, in fondo, sono quegli impiegati, quegli studenti, quella gente comune che sciama per le strade e le fa vivere. E che non sa rinunciare a qualcosa che fa parte della loro tradizione: il buon cibo. Anche questa è cultura.

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