6-aprile

faglia6 aprile 2013: quattro anni. E un sapore secco e ruvido di pena. Come se il tempo estirpatore questa volta avesse fallito, spazzando via le foglie gracili con un colpo di vento ma lasciando intatte le radici marce. Che restano attaccate alle ossa, sfiancano e logorano silenziosamente, a tal punto da essere ormai una parte inconsapevole del proprio vissuto, dei propri ricordi, del proprio presente.

C’è poco da dire, forse niente. C’è solo quella pena che domina gli umori, le speranze, le impressioni. C’è la paura di dimenticare, o forse di ricordare troppo e troppo a lungo. C’è il bisogno di arrabbiarsi, di punirsi, di annichilire il desiderio di andare avanti normalmente, come se tutto passasse, come se tutto avesse sempre un senso, come se il futuro fosse la prospettiva risolutrice di ogni esistenza, persino della più infelice e malata.

Ma poi arriva, inevitabile, quel momento, quel giorno in cui tutti e tutto si inscrivono in una logica di commemorazione collettiva, più o meno condivisa. E allora piovono immagini, frasi, articoli, gesti, rituali. E questo è ciò che più mi colpisce, ma fatico a capirne la ragione. Sento in bocca quel sapore acido e non so dargli un’origine, non so ordinargli un epilogo. Perché parlare di devastazione, o di ricostruzione immobile e insensata, di condanne e processi, di malattia e rassegnazione, di progetti e fughe, di fine e nuovi principi… cambierebbe quel gusto acre? Cambierebbe quel giorno o la memoria di ciò che è stato?

Mi chiedo ogni giorno cosa sarebbe successo se… Se fossi stata lì, se avessi combattuto anch’io in quella guerra con mani e sangue, se avessi respirato più a lungo quell’aria polverosa, se avessi deciso di restare e non andare via, o se avessi costretto chi amo a scappare lontano. Se avessi mai parlato con qualcuno del mio senso di vuoto, della mia incapacità di accettare una fragilità ingiusta, inadeguata. Se avessi gridato a chi ci ha maltrattato, offeso, sottovalutato e soggiogato, a chi ha violentato il nostro dolore.

Ma tornare indietro è un gioco inattuabile ed esserne consapevoli è la leva che fa muovere i fili di ogni esistenza, anche della più annientata. È così che sta andando avanti chi ha vissuto quel 6 aprile. È così che si diventa un atleta appesantito, che scavalca i giorni condannato a voltarsi e a vedere i propri ostacoli a terra, su quel percorso infinito di insanabile sconfitta.

Quando penso a quel giorno mi dico che prima o poi svanirà la paura di meritare ancora più dolore. Quando penso a quel giorno mi dico che sarebbe dovuto succedere perché così funziona con tragedie e ingiustizie. E ripeto a chi mi sta vicino, ma è ancora lì, per scelta, a vivere in quel baratro, di guardare in alto e vedere tutta la luce che c’è, tentando la risalita. Eppure non riesco ancora a parlare a me stessa. Non riesco a dirmi che non esiste colpa per il destino, che non c’è vita migliore che quella vissuta anche per chi non c’è, che non sono mura e luoghi i depositari della mia memoria e del mio passato. Sono io, con la rabbia incancrenita su un presente avido di soluzioni, sull’impotenza di non poter creare quelle soluzioni, ad essere qui, ora.

Ormai il web e i media nel loro complesso universalizzano ogni sensazione rivelata. Foto, luci, poesie ed eventi rendono il 6 aprile un anniversario potenzialmente globale, per la pubblica partecipazione. Ma nessuna commiserazione potrà mai avere senso, né il conforto sarà mai efficace per chi rifiuta di riemergere. E allora questo 6 aprile è un giorno come un altro, è la gioia di esserci e il dolore della perdita, è l’attaccamento morboso a quei ricordi di normalità, di amicizie, di incontri, di avventure quotidiane in un granello sconosciuto di mondo. È un tributo all’amore per l’energia che ancora ci anima e anima quella terra così desolata, fatta di memoria. È la meraviglia di poter parlare a tutti coloro che vorranno ascoltare e ricordare, sapendo che non oggi, non solo oggi, ogni sorriso sarà l’involucro di un’intima commozione, solo mia, solo nostra.

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