Asunciòn

Il primo impatto con il Paraguay è molto forte. Dal finestrino dell’autobus posso già rendermi conto di essere in un paese del terzo mondo. Chissà cosa mi aspettavo. Ben presto mi accorgo che tutte le persone attorno a me parlano con un marcatissimo accento. Molto simile al bergamasco, tanto per intenderci. Non riesco a comprendere nemmeno una parola di ciò che si stanno dicendo la commessa e l’edicolante quando i due, con un solo sguardo, mi ricordano che sarebbe forse meglio se mi facessi i fatti miei. Picchia fortissimo il sole e l’umidità è alle stelle. Un’insopportabile afa mi accoglie, birichina, un pò come se volesse ricordarmi che questo non è il paese adatto per chi viaggia con quasi trenta chili di zaino sulle spalle.

Per le strade della città si respira costantemente una tremenda puzza di rifiuti, alla quale si aggiunge quella di immense nuvole di fumo nero che fuoriescono da tubi di scappamento di auto con motori apparentemente pre-incaici.

Lo smog di Asunciòn

Le appena due settimane di freddo che investono il paese fanno si che migliaia di persone si riversino per le strade, facendo del marciapiede la propria casa. Ad ogni semaforo tante persone aspettano il rosso per gettarsi in strada a lavar vetri, giocolare con palline da tennis o semplicemente fare mini acrobazie in cambio di pochi spicci. Questo paese offre davvero poche opportunità di lavoro ed ogni paraguayano che si rispetti si deve reinventare ogni giorno, cimentandosi in qualsiasi tipo di mestiere. Intere famiglie si trasformano in mini imprese, comprando frutta e verdura in campagna per andarla a vendere in città a prezzi che fanno tremare i grandi supermercati. Tutto ciò che si può vendere è venduto: spille, medicine sfuse, telecomandi universali, lacci per le scarpe, cappellini, cd e dvd pirata, libri, lubrificanti per motori e chi più ne ha più ne metta. All’ordine del giorno è, quindi, vedere madri confezionare prodotti in sacchetti di plastica che successivamente saranno veduti dai loro figli nella giungla del traffico di Asunciòn.

Questi ragazzi afferrano la maniglia dell’autobus in corsa per saltarci su al volo e scendere nello stesso modo. Molti inciampano, fanno distorsioni alle caviglie, alle ginocchia. Poco importa.
Questo mercato funziona a meraviglia e permette loro di potersi godere uno magnifico pasto serale: coca cola e caramelle. Ovviamente hanno tutti denti neri e stomaci gonfi d’aria.

Bancarelle ad Asunciòn

Per fortuna non è sempre vero che dove c’è povertà c’è delinquenza, ma per sfortuna qua invece è tutto vero. Asunciòn è una città alquanto pericolosa. Proprio al confine con il quartiere più turistico della città si trova il Barrio Rojo, ovvero quartiere rosso. Non ho detto quartiere a luci rosse. Branchi di ragazzetti dai nove ai quindici anni si aggirano in gruppo aggredendo chiunque si spinga oltre i limiti di sicurezza, spesso segnalati dalla presenza di un ufficiale di polizia armato fino ai denti, afferrando tutto ciò che abbia valore, nonché minacciando il malcapitato con pistole e/o coltelli. Un bambino di nove anni con in mano una pistola è spesso molto più pericoloso di un assassino professionista. Certo non sarà mai pericoloso come l’esercito statunitense, però non si può mai sapere cosa gli passi per la testa. Di notte è facile incontrare coppie di ragazzi i quali, a bordo di una moto, effettuano ronde per la città con l’obiettivo di rapinare chiunque. Io non posso di certo dipingere in questo modo un città, in quanto a me non è mai successo nulla, ma Sabrina si. Ben quattro volte negli ultimi due anni si è trovata una pistola puntata in fronte.

Incontro problemi minori, ma non da sottovalutare, con il Guaranì. Sia inteso come lingua madre dei nativi, sia come moneta locale. In termini di valuta ho già capito abbastanza: un euro sono pressoché seimilacinquecento Guaranies, ovvero facilito il tutto togliendo tre zeri da qualsiasi prezzo e dividendolo per 6,5. Sempre che il venditore non triplichi il prezzo una volta accortosi che sono straniero. Con la lingua, invece, non avrò vita facile. Viene tutt’ora studiata nelle scuole nonché comunemente parlata in ogni angolo del paese. Molte persone hanno imparato solo qualche parola dallo spagnolo per aiutarsi nel mondo del lavoro. Premetto solo che i ragazzi del centro di recupero in cui lavoro mi hanno già rinominato “L’Tesaroby” che in Guaranì significa “occhi verdi come il mare”. Ma se non me lo spiegava Hilda io come diavolo facevo a saperlo?

Asunciòn la sera

1 commento

  1. Bel nome ti han dato Maurino caro..! Bella la battuta sull’esercito statunitense (che per fortuna te non chiami americano!) e bella l’ultima foto, che mi ricorda tanto la mia amata Puerto Princesa, a Palawan, Filippine!

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