
Ho deciso che questa non sarà la solita cartolina. È troppo importante per l’economia del racconto proseguire fino in fondo. Quando sarò vecchissimo potrò rileggere l’articolo e ricordare con chiarezza il significato delle parole perdute. A Pablo Garcia da Rosa Almorin, il fratello che non ho mai avuto.
Nel 1500 circa gli spagnoli, rinomati per le loro disastrose capacità imprenditoriali, sbarcarono in Sudamerica iniziando ad uccidere tutto ciò che si muoveva. Per risparmiare tempo non aggiungo ulteriori dettagli. Attraversata la caldissima foresta del Guaira fondarono una città, Nuestra Señora Santa María de la Asunción, quale importante area di sosta per tutti coloro che arrivavano a Rio de la Plata (Fiume d’Argento – odierno confine tra Argentina ed Uruguay) dall’Europa ed erano attratti dall’oro dell’Alto Perù, la parte della cordigliera delle Ande che divide ciò che oggi chiamiamo rispettivamente Perù e Bolivia. In questo centro di riposo e rifornimento si scontrarono per anni con la tribù dei Guaranì alla quale però dovettero presto arrendersi optando per una specie di guerra fredda spacciata dai principali libri di storia come “convivenza”.
In questi anni gli spagnoli, che vedevano le proprie forze annullate dai quasi cinquanta gradi di temperatura della foresta, si domandavano come potessero i Guaranì essere così forti e reattivi in qualsiasi ora della giornata (si, perfino dopo la pausa pranzo) fin quando, osservandone i comportamenti, notarono che ciascun membro della tribù facesse un costante uso di un’erba dalle proprietà apparentemente magiche. Immagino come, gesticolando, abbiano domandato loro che cosa fosse. I Guarani chiamavano il tutto “Ka’a – Y” (ovvero: Erba – Acqua, niente di più facile) ma per i conquistadores imparare una nuova lingua era davvero troppo stressante. Il rituale con il quale i Guaranì consumavano questo infuso rappresentò subito qualcosa di pericoloso e minaccioso per gli spagnoli e, sebbene ancora non conoscessero l’effetto della bevanda, ne proibirono severamente qualsiasi tipo di uso e non tardarono a rinominare la pianta (Ilex Paraguariensis) “Pianta Del Demonio”. La Chiesa, inoltre, condannò immediatamente chiunque ne facesse uso, sostenendo che la “pozione” paralizzasse le persone per buona parte del giorno. Nonostante tutto gli spagnoli si resero presto conto che, al contrario, queste foglie avessero delle proprietà eccitanti ed iniziarono a consumarle regolarmente. Da qui iniziò il declino de “Il significato delle parole” che or spiegherò con un breve riassunto:
Uno spagnolo nota che i Guaranì bevono l’infuso di queste foglie tritate in recipienti ricavati dal fondo di una zucca essicata al sole. Successivamente, proseguendo il viaggio verso l’Oceano Atlantico, raggiunge l’altopiano e cerca di domandare ad un Quechua (che non ha niente a che vedere con un Guaranì però è più o meno del suo stesso colore) come si chiama ciò che ha in mano, appunto una zucca che si era messo in valigia ad Asunciòn. A questo punto il Quechua risponde “mati” che nella sua lingua significa “zucca”. Lo spagnolo, oltre ad aver capito “mate” invece che “mati”, inizia a vantarsi di aver imparato una nuova parola e, nel giro di poco tempo, il virus dell’idiozia si propaga rapidamente raggiungendo ben presto il quartier generale: l’erba magica ora si chiama ufficialmente “mate”. Debacle.
E non finisce qui…