“Dopo L’Egitto, tutti i dittatori della regione cadranno, e il primo sarà Ali Abdullah Saleh” così, incita i manifestanti dalle colonne del Washington Post, Tawakkol Karman, yemenita 32 enne, ma soprattutto, donna.
33 sono invece gli anni del governo Saleh, leader del Congresso del Popolo, primo partito yemenita, passato da Presidente dello Yemen del Nord a presidente della Repubblica Unita dello Yemen dopo la riunificazione del 1990, a cui, in questi giorni, migliaia di manifestanti chiedono le dimissioni. Le manifestazioni, iniziate il 3 febbraio con il cosiddetto “giorno della rabbia”, sono proseguite poi per tutto il mese di febbraio, partendo dalla capitale Sanaa per diffondersi in tutto il resto del paese, contestando aspramente la mancanza di riforme, la corruzione dilagante, l’alta disoccupazione e l’assenza di diritti civili.
Le rivolte yemenite potrebbero benissimo assomigliare a quelle degli altri paesi del Nord Africa da cui è partito questo vento democratico, eppure c’è una differenza sostanziale: alla guida delle proteste c’è – attenzione, attenzione – una donna. Tawakkol Karman ha 32 anni ed è presidente del gruppo di attiviste Donne Giornaliste Senza Catene che da anni lotta per la libertà di informazione nel paese yemenita che, secondo Reports Without Borders, è al 170esimo posto, su 178 paesi, nell’indice di libertà di stampa. La giovane attivista ha guidato ben due rivolte dell’Università di Sanaa, incitando i giovani studenti attraverso facebook, email e persino messaggi sul cellulare. Attività sovversive che le sono costate l’arresto con le accuse di “istigazione a disordini e caos” e “organizzazione di dimostrazioni e marce non autorizzate”. Ma il ruolo di Karman come leader delle rivolte, è diventato così importante, che in poche ore il mondo universitario, e non solo, si è mobilitato, organizzando un sit-in con centinaia di persone di fronte all’ufficio del pubblico procuratore di Sanaa proprio per chiederne il rilascio, avvenuto 2 giorni dopo l’arresto.
La forza della figura di Karman, sta non solo nel nuovo modo di organizzare le proteste, partendo dalle università e dai social network, forma già usata nelle proteste tunisine e egiziane, ma nel suo stesso essere donna. La società yemenita è una società arcaica e fortemente patriarcale dove il kalashnikov è indice di virilità e dove gli uomini devono rispettare norme tribali, società in cui la donna ha un ruolo marginale nella vita pubblica proprio perché le è materialmente proibito di mischiarsi agli uomini. I matrimoni sono perciò ancora combinati nell’adolescenza e la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo, così come si dimezza il risarcimento in caso di morte di una familiare donna. In questo scenario, Karman non incarna solo la richiesta di riforme democratiche, ma una vera e propria eroina femminista, che utilizza forme di rivolta non violente mutuate da Gandhi e Martin Luther King (suoi idoli), mai viste in un paese definito base operativa per i gruppi estremistici e con un forte problema di disarmo della popolazione.
Perfino nella lotta a Al Qaeda, che in Yemen ha le sue basi operative, Karman si fa portavoce di una visione prettamente femminile del problema. In una lettera inviata a Women Without Borders, associazione femminile che lotta contro le violenze dell’estremismo, Karman parla della sua ultima intervista rilasciata alla tv Al- Jazeera descrivendo così la sua idea di lotta femminista (o femminile) al terrorismo: “Il presentatore mi ha chiesto della possibilità che le donne possano combattere il terrorismo. La mia risposta è stata che le donne hanno molte più opportunità degli uomini di sfidare l’estremismo e il terrorismo a causa della loro stessa natura che le porta ad avere pazienza, a contenere gli altri, ad odiare l’assassinio e lo spargimento di sangue. Inoltre, cosa più importante, le donne hanno un tremendo sentimento di amore e sacrificio verso i loro mariti, figli e verso le loro comunità che è abbastanza per accrescere l’attitudine alla coesistenza, al rispetto, alla fiducia e all’ascolto degli altri. Questo porterà, uno alla volta, ad asciugare le radici e le fonti dell’estremismo. L’estremismo deriva dalla cultura del rifiuto e dell’odio dell’altro. Perciò non ci sono altre soluzioni che l’estensione di una cultura di coesistenza e dialogo, competenze che le donne posseggono e padroneggiano.”
E mentre il presidente Saleh prova a salvarsi la faccia di fronte alla comunità internazionale, proponendo l’aumento di salari governativi e un governo di unità nazionale, proposta respinta dall’opposizione, Karman continua la sua rivoluzione “femminile” dalla sua pagina di Facebook. “Guardate all’Egitto, vinceremo”.
Ah… la presunta santità di Eva…
Sui giornali non si è letto molto della rivolta in Yemen. L’attenzione è incentrata su ciò che accade in Libia. Non conoscevo Karman ma penso sia stupendo il fatto che una donna abbia il coraggio di farsi portatrice di certi diritti in un paese in cui le donne non vengono considerate alla pari degli uomini. Significa che grazie ai mezzi di comunicazione moderni sempre più persone possono comprendere in maniera limpida qual’è la propria condizione e sforzarsi per migliorarla. Speriamo in bene.