
Tutto ció che il finestrino riesce a catturare si trasforma rapidamente in malinconia. Ciao Asunción. O arrivederci, talvolta. L’ultima immagine che ricordo é una famiglia attorno a un fuoco. Per strada frutta e verdura spappolate dalle ruote dei mezzi. Poi il buio.
A poche ore dalla capitale l’asfalto saluta tutti e se ne va. Saranno una dozzina d’ore di sterrato. Impossibile riposare, trema tutto. Arriviamo alla frontiera in notte fonda. Solo una minuscola luce accesa, é l’ufficio migrazioni. Chiedo scusa a tutti gli uffici, in realtá é un casotto di mattoni cotti al sole con una scrivania ed una brandina.
All’improvviso la luna piena disegna due giganti ombre. Si materializzano coloro che poi saranno Matt e Francis, due veterinari australiani, anche loro qua in cerca di emozioni. Ci scambiamo un sorriso, é quasi impossibile trovare turisti da queste parti. Hanno atteso il nostro autobus per poter superare il temibilissimo ufficio migrazioni di Mariscal Esigarríbia assieme a noi. Solo per evitare situazioni spiacevoli, in quanto si dice che questa frontiera sia una delle piú pericolose del continente. Soprattutto per chi non é padrone della lingua spagnola come i miei due giá-amici australiani. In poche parole la polizia controlla il passaporto e se lo mette in tasca. Te lo renderá solo dietro corrispettivo in denaro. Tanto denaro. Se va bene sono 150 dollari, tanto per intenderci, e la forma di vita piú vicina si trova a fior di chilometri. Pagare o pagare, questo non é il dilemma.

Timbrati i passaporti rientriamo tutti a bordo, ci aspetta un posto eccezionale. Situato tra Bolivia e Paraguay l’Alto Chaco é una foresta impenetrabile popolata solo da animali selvaggi: dai giaguari ai fenicotteri, passando per i Jabalí (maiali selvatici).
É ormai mattina. Fa fresco ma tra poco il sole picchierá fortissimo e le temperature supereranno i quaranta gradi. Due “indios” particolari catturano la mia attenzione: portano gli stessi vestiti degli altri ma hanno lineamenti tipicamente nordeuropei, caucasici. Da due diventano dieci, venti, poi mi arrendo. Mi spiegano che sono comunitá di mennoniti che migrarono in questa regione nei primi anni cinquanta introducendo le loro elevatissime tecniche di coltivazione in cambio di un territorio in cui poter esprimersi in pace. Conducono una vita da eremita, lontano da cittá, tecnologia ed inutili preoccupazioni. Sorrido un pó. Non avrei mai pensato di incontrare dei Felix, Taras o Ute da queste parti.
Il sole é impossibile da affrontare e l’ombra di un Algarrobo mi attende a braccia aperte. Vento non ce n’é, grazie di tutto. Solo gli uccelli si permettono di rompere lo straordinario silenzio. Sono seduto, impolverato. La mia acqua é giá diventata bollente. Un paesaggio desolante tutt’attorno fa volare il mio pensiero. Non sono al massimo delle forze ma, una volta estratte carta e penna dallo zaino, la mia mano inizia a scrivere da sola. Sterpi, rovi, terra arenosa. Non un frutto, né un fiore. Eppure mi sento in paradiso.

Salgo sull’autobus diretto a Santa Cruz, un altro paradiso mi attende lassú. Tutti rientrano a bordo, ognuno con i propri pensieri, con i propri presupposti, ma ciascuno col rimpianto di non essersi fermato per tanto tempo. Magari a cavallo di un fedele compagno.

Foto: Victor Cano Piris
Auguri Amico!!!!
è sempre bello poter sognare dalle tue parole.
a presto…