Se si pensa a Lisbona come meta isolata dal resto del Portogallo si compie un grande errore. Lisbona è la capitale di un “impero” di cose affascinanti, arcaiche, decadenti e molto legate da una cultura che, pur avendo avuto personaggi universalmente riconosciuti come geni, si può definire sicuramente popolare e contadina.
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La visione di questa cultura che è molto vicina alla gente la danno ovviamente anche gli artisti. Uno come Sebastiao Antunes, per esempio, sa legare tutto ciò con una ironia che non è usuale su un palco o addirittura su palcoscenici ben meno ortodossi (il cassone di un camion, tal quale un trio elettrico brasiliano). Chi lo vorrà incontrare al festival Sete Sois Sete Luas se ne accorgerà. Proprio questi appuntamenti, come altri che si possono scovare in giro per il nostro Paese che ogni tanto si ricorda quanto ci leghi al Portogallo, dimostrano quanto ardore ci sia nella cultura lusitana, quanto si tenti di stare al passo con i tempi pur, forzatamente, in una situazione di crisi piuttosto profonda. Ma quanto se non questi momenti possono creare ricchezza interiore e dare qualche stimolo? Lo diceva Mafalda Arnauth parlando con la gente a Modena: ora bisogna saper creare qualcosa di nuovo, ora bisogna sapere attrarre interesse e gioia. La gioia che io trovo passeggiando per Lisbona, ma anche per i luoghi di tutto il Portogallo, sia la tenebrosa Porto sia la piccola magnetica Evoramonte. In mezzo c’è tanta carica di elettricità mentale che può mandare in corto circuito.
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Chi non l’ha ancora fatto, chi ne ha voglia e chi ritiene che conoscenza significa conoscere ogni novità, consiglio sempre più ardentemente di avvciinarsi ancor di più a Josè Saramago, che ci ha lasciati tredici mesi fa e che è stato l’unico Nobel per la letteratura che il Portogallo ha avuto finora nella sua storia. Correva l’anno 1998. Adesso è uscito un film-documentario, “Josè e Pilar”, del regista portoghese Miguel Mendes, che ha filmato lunghe giornate del grande scrittore con l’ultima compagna e poi ha realizzato questo ricordo delicato, raffinato, in un omaggio assolutamente obiettivo della grandezza di Saramago come uomo oltre che come scrittore. Nulla a che fare con il pamphlet “S. Il Nobel privato” che, pur senza citarlo, lo sberleffa. Io ho avuto la fortuna di conoscere Saramago e di seguirlo in alcune delle sue uscite italiane e sarei dovuto essere ad Azinhaga lo scorso anno per il festival che Sete Sois Sete Luas gli ha dedicato. Ma ci saranno altre occasioni per ripercorrere con lui, idealmente, le strade del Portogallo. Per dimostrarne la grandezza mondiale, nel film ci sono le musiche di due stupendi artisti dell’una e dell’altra parte dell’oceano. Adriana Calcanhotto, la nuova voce del Brasile, e Camanè, il fadista che rinvigorisce al maschile la musica popolare di Lisbona, sull’onda dei grandi del passato.
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Antonio Prata non è un fadista, ma un musicista a tutto tondo. E un amico. L’ho conosciuto a Lisbona, un giorno, con Marco Abbondanza, e andammo a pranzo per parlare di musica e di Alentejo, la sua terra, in un bel ristorante delle Docas de Santo Amaro, lungo il Tejo in direzione di Belem. Antonio è il leader della “Ronda dos Quatro Caminhos”, un complesso di musica etnica che propone concerti, ma soprattutto grandi ensemble dove c’è davvero di tutto: orchestre vere e proprie, cori, fisarmoniche in numero esagerato, ma sempre con una grande partecipazione emotiva. La cultura contadina – e siamo sempre lì – è fatta di ampi spazi, di aie da riempire. Non so chi tra voi ha viaggiato nell’Alentejo, in luoghi incantevoli e incantatori come Ponte de Sor o Castro Verde, in ampie pianure gonfie di sughero, olivi e vigne. Se tirate giù il finestrino e porgete l’orecchio alla natura sentite dei suoni, i più variegati, quelli delle cicale d’estate, quelli degli storni o degli animali che pascolano. Mettete in ordine questi suoni, date loro una forma armonica e colorite il tutto con bande, armoniche, fluviali voci che si rincorrono fra loro. Una emozione che aiuta a vivere e che incanta, come incanta tutto ciò che è vero. Anche il nido della cicogna bianca sopra il campanile della chiesa di Portalegre. Si va a zonzo, qua e là per Lisbona e i suoi paraggi, poi sentiamo sempre la nostalgia del fado. Antonio Prata ci perdonerà, torneremo sicuramente ad ascoltarlo e con lui i Ganhoes di Castro Verde e le armoniche di Ponte de Sor. Ci viene in mente una stagione, che è la stagione nella quale sbocciano i fiori e i colori circondano la nostra esistenza. La primavera è ancora più rigogliosa se a interpretarla è una cantante che è pronta per la rampa di lancio internazionale. Davide, il violoncellista tuttofare, me l’ha confermato: Fabia Rebordao sta crescendo in modo esponenziale e anche stavolta mi sa che Jorge Fernando abbia indovinato. Beh, un aiutino gliel’hanno dato i geni: Rebordao è uno dei cognomi di Amalia e la giovane – già stella al Bacalhau – è una discendente più che degna, come a me era già sembrato e vi avevo detto.
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Alla prossima, col vostro buon cuore.