Musica e cibo sono binomi indissolubili in larga parte del mondo, soprattutto dove la cucina è, a nostro gusto, piacevole da gustare. E il Portogallo rientra in questi luoghi, anzi assume, a mio parere, un posto preminente se soprattutto si amano i locali “veri”, come vera è la musica che ci accompagna in questo viaggio.
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Questa non vuole essere una guida, ma mi piace proporre agli amici e ai lettori una scelta che unisca il mio divertimento nell’essere stato in quel luogo alla sensazione che il ristorante o il bar abbiano qualcosa di speciale. Se abbiamo già parlato di Martinho da Arcada, il bar-ristorante sotto i portici di rua do Comercio dove Pessoa scriveva e discuteva di filosofia e letteratura, ancora non avevo segnalato un ristorante il cui nome non può equivocarsi: si chiama proprio Pessoa ed è in via dos Douradores, sempre nella Baixa, una delle strade che corre verso il Tago laterale a rua Augusta. E’ il ristorante con il mezzanino, dove Bernardo Soares, uno degli eteronimi del Poeta, crea “Il libro dell’inquietudine”, ed è anche nel palazzo dove Fernando ha vissuto alcuni anni della sua pur breve vita. Sempre nella Baixa, non molto distante, c’è un altro luogo caro a Pessoa (e a me) dove si mangia con pochi euro tra la folla e dove si respira il popolo di Lisbona, soprattutto i popolari che devono servirsi della stazione del Rossio: accanto a essa sorge il Beira Gare, che al di là dell’aspetto offre cibo di grande qualità. E insegna ad avvicinarsi alla città.
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La presenza, nel video, di una meravigliosa cantante brasiliana quale è Adriana Calcanhotto, fa pensare alla Churrascaria, uno dei locali di rua das Portas de Santo Antao, la strada del cibo, sempre nella zona piana della città, alle spalle di Restauradores. Alla Churrascaria i camerieri tagliano la carne nei piatti dei clienti da un gigantesco spiedo che appoggiano a loro volta su un altro piatto. Seduto a uno dei tavoli del dehor – e all’aperto a Lisbona si può mangiare in pratica tutto l’anno – ho incontrato una volta Wim Wenders. Il regista era impegnato nella realizzazione di “Lisbon Story”, che nel 1994 ha celebrato Lisbona capitale europea della cultura. A lui si deve la scoperta dei Madredeus e della voce melodiosa di Teresa Salgueiro. Per quanto riguarda il giudizio sul film è ovviamente soggettivo: alla prima visione, confesso, non mi piacque, ma mi picco di non essere un wendersiano e non so neppure spiegarvi perché. Ma comunque quando si parla di Lisbona mi inchino a ogni cosa, anche a quella molto decadente delle periferie filmata dal regista, con il quale chi occhieggiamo in una calda serata lisboeta.
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Ricordo con grande piacere una cena a ora tarda nella Margem Sul del Tago. Il luogo era Seixal, non c’era più niente di aperto in giro se non una bettola e aveva a quell’ora un solo piatto: le seppie con le verdure. Ce le finimmo, da tanta fame che avevamo. Eravamo stati a casa di Dulce Pontes, che allora viveva a Montijo, poco lontano. Il tema della serata, passata a spilluzzicare frutta, era come tracciare il percorso per l’uscita di “O coraçao tem tres portas” e la necessità di abbinare ad esso almeno un dvd. L’idea maggiore era quella di un libro che rimane per ora nel mio cassetto. E’ già tracciato, ma dovrà per forza mutare perché la vita muta, ma quelle emozioni vissute a Obidos e Tomar nel registrare i due cd non le dimenticherò mai. Come quelle seppie nella notte stellata. Al ritorno, il ponte 25 Aprile sembrava ancora più il Golden Gate, ma forse la nebbia era quella provocata da un buon vino dell’Alentejo, che io apprezzo sempre. Il suggerimento per chi ama davvero le seppie, ma pure ogni altro frutto di mare, è quello di fare, soprattutto in questa stagione, un salto a Sesimbra, e dopo un bagno di sole recarsi al “Choco frito”: una lussuria. Ma anche in città non si sbaglia: “Ramiro” e “Luminosa” sono due indirizzi di Almirante Reis da dove si esce leccandosi i baffi.
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Si dirà: ma dove vuole arrivare stavolta il nostro scribacchino? L’ode a Lisbona è piena di citazioni gastronomiche che ben si legano, lo abbiamo detto all’inizio, con la musica. Il solo fatto che nei locali di fado i brani sono inframmezzati al baccalà, alle sardine e al capretto, la dice lunga. La musica è anche un digestivo naturale, io penso, perché di sicuro allarga non solo la mente, ma anche l’intestino. E allora godiamocela come solo questa città sa fare, ascoltiamola mentre passeggiamo nei vicoli dell’Alfama o lungo le stradine del Bairro Alto. Oppure, andiamo al Principe de Calhariz e poi indirizziamoci, da Calçada do Combro, a una qualsiasi delle case di fado proprio del Bairro. A quel punto, allora, è necessario buttarsi sul Porto rosso, mentre la guitarra, magari del mio amico Fernando Silva (l’ho lasciato al Faia), ci culla con uno qualsiasi die brani classici. A nostra scelta.