Ho scoperto che ognuno può scriversi, dopo avere visitato Lisbona, un proprio romanzo, raccontarsi una propria storia. Io continuo con la mia legata al fado, perché la musica lo merita. E questa volta vorrei dare molto spazio ad essa, per una serie di motivi, per esempio ascoltare con voi una voce nuova, maschile, che sta spopolando e che sta riscrivendo alcuni termini di paragoni del passato. Questo cantante e chitarrista si chiama Antonio Zambujo.

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“I ragazzi passarono un po’ del loro tempo alla Parreirinha e poi si dilungarono in zona, dove la gente non mancava. I localini avevano quasi concluso la loro serata, ma c’era sempre alla Baiuca voglia di divertirsi, come alla Mesa dos Frades e come alla Guitarra de Alfama. Lei sperava di non incontrare la madre: non avrebbe saputo che cosa dirle, anche se la donna sapeva che in fondo la concessione fatta alla figlia e meritata: lui era un bravo ragazzo, lei una signorina tranquilla, sapeva che si trattava di un rapporto serio che era già sfociato nell’amore completo, ma conosceva anche la serietà dei due. Non si preoccupava, quindi, e poi aveva le sue fonti che si muovevano in quell’ambiente, soprattutto all’Alfama: aveva saputo quando i due erano tornati nel quartiere dopo essere stati al Bairro.

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“La gente di Lisbona non è pettegola, anzi; ma ci si arriva presto a conoscere per la giovialità che mette in campo, per come si propone. E certo nei quartieri tutto ciò è molto più facile. C’è gente dell’Alfama che vive la sua vita all’Alfama e ritiene che Lisbona sia l’Alfama. Regge la vita nella sua casa che ogni tanto riceve una verniciata e resiste all’assalto dei turisti che vogliono comprarla. La ragazza appartiene a una famiglia così, in parte: fino alla nonna l’Alfama era il ‘covo’ assoluto, non ci si spostava di lì, si arrivava sulla riva del fiume per bagnarsi i piedi e vedere arrivare le grandi navi. Era più bello fermarsi anche d’estate nei patii ingombri di alberi che davano freschezza e soprattutto consentivano di chiacchierare molto, appunto di conoscersi a vicenda. Un bel modo di stare assieme. Lui ne parlò a lei quando stavano tornando a casa. Mi piacerebbe – le disse – vivere le emozioni della tua vita…

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“Passarono la notte come si doveva, ma la sveglia suonò molto presto: la ragazza avrebbe dovuto, come da accordi, accompagnare la madre al mattino presto al mercato per gli acquisti. Trovarono, fra le bancarelle di pesce e verdura, Argentina con una delle sue assistenti. Raccontò lei appena poté che all’inizio ci fu titubanza fra le persone, ma che poi un sorriso tirò via l’altro e Argentina e la mamma si parlarono a lungo. La cantante e gerente della Parreirinha era rimasta impressionata dalla giovane coppia e da come si muovevano e dai loro sguardi. Lei arrossì, la mamma le passò la mano fra i capelli. Stai tranquilla cara, quello che dice dona Argentina è vangelo da queste parti; non è una donna di mille parole, ma di quelle giuste; non vi controllerà, ma di certo saprà avere il comportamento per farvi capire quel che state facendo. La ragazza dette la mano ad Argentina, che rispose con tre parole: ora chiamami tia…

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“La ragazza pensò molto a quella relazione che stava nascendo su basi diverse dagli amorini iniziali di adolescenti o poco più. E si mise a ridere, appena fu sola, pensando che il mondo attorno era quello del fado, che lei pensava antiquato e parecchio noioso, sembrandole strano che un giovane come lui potesse appassionarsi tanto a cose nate così tanti anni prima, frutto di Una Lisbona che, pensava, non ci fosse più. Ebbe modo di ravvedersi e scoprire nuove realtà”

continua… E’ un modo anche questo carino, secondo me, per raccontare il fado.

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