Sono mille i ricordi, mille le sensazioni che percorrono la schiena e le ossa e i muscoli e i nervi camminando per Lisbona e che cerco di esprimere qui, sperando di non diventare troppo retorico in una città dove la retorica lascia il posto ad altro, a una commozione che nasce dentro di sé e talvolta, lo confesso, sfocia nelle lacrime. Ci accompagniamo con una voce che già nel nostro viaggio abbiamo incontrato, Ricardo Ribeiro. Voce straordinaria e molto particolare.

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Anni fa Marco Abbondanza mi propose di firmare un volume per Sete Sois Sete Luas uscito in un raffinato cofanetto bilingue assieme ad altre nove opere e che illustrava i paesaggi del festival. Mi chiese di parlare di Lisbona e poi dell’Alentejo: Odemira, Castro Verde, Ponte de Sor, legate, queste tre località, molto interessanti, dall’Europa “delle vigne, degli oliveti, dei campi di grano”. E poi ancora un breve viaggio a Nord, a Santa Maria da Feira e poi a Porto per incontrare Manoel de Oliveira, il grande regista ultracentenario. Rileggo ora una mia impressione di Lisbona notturna e la voglio riprodurre: è un pensiero che tuttora sento attuale, che mi colpisce a distanza di tempo perché ogni volta che sono a Lisbona capisco che anche qualcosa di ripetitivo ha sempre una nuova luce attraverso la quale guardare ciò che accade. Chi di Lisbona è pratico sa quanto spesso il traffico sia caotico in quella città, soprattutto sulle strade della periferia negli orari in cui i pendolari si muovono, oppure in centro quando la gente esce per andare nei locali e le code per i parcheggi sono serpenti in lento movimento. Ma sa anche quanto sia bello guidare in altri momenti o quanto sia bello farsi portare dai mezzi di trasporto pubblici o prendere il taxi. Una premessa: qualche tassista gioca un po’ sullo straniero imbranato, ma la maggior parte è onesta nel comandare come si deve il tassametro. Una notte di Lisbona mi imbattei in un giovane tassista, Antonio. Non avevo mèta certa e mi feci portare in giro per un poco godendomi ciò che vedevo. Il giorno dopo annotai questo.

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“Quando arriva il taxi piove ancora: ma il cielo sembra luminoso. Che la pioggia sia il pianto emozionato delle stelle? Un’acqua che non ferisce, che non raffredda, che non allaga il cuore. Su e giù per i colli di Lisbona si va incontro a case gialle, verdi, azzurre per le quali notte non è mai: a pareti coperte di azulejos e molte raccontano la vita di un popolo che dal fiume è passato all’Oceano e lo ha solcato ovunque: basta osservare il terreno alla base del monumento alle scoperte, sul lungofiume di Belém, e la carta geografica disegnata sull’asfalto vi porterà idealmente in giro per il mondo. Il viaggio è sofferenza, ma andare oltre i propri limiti è la sfida che tutti noi dobbiamo giocare. Guardo oltre la Torre anche in questa notte di stelle e pianto e commozione incontrando storie lontane. E le vivo. E non tornerei mai indietro”.

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Il viaggio col tassista ci portò, alla fine, a un chiosco dove facevano panini e cose del genere. Si mangiò qualcosa assieme e si chiacchierò davanti a una birra gelata. Non faceva freddo, ricordo, anche se aveva piovuto poco prima. Ma spesso la pioggia di Lisbona si sopporta molto meglio della nostra. Sarà l’aria più leggera, sarà l’emozione di essere là… Oddio, mi è capitato anche di subire veri e propri uragani, ma sono di breve durata. Inoltre, quando la mattina uno si sveglia e vede nero all’orizzonte, spesso accade che dopo che sei uscito dal bagno guardi di nuovo dalla finestra e quel nero è sparito e davanti hai un cielo azzurro, magari solcato in modo leggiadro da nuvole stavolta bianche. Lisbona va seguita e capita, va accompagnata nella sua giornata come lei accompagna te. E in ogni momento, questo lo ripeto sempre a chi ci va la prima volta, ti potrebbe accadere qualcosa di strano e bello. A me, fra le altre cose e sempre parlando di tassisti, successe che una mattina presto, facendomi portare all’aeroporto e già adirato per dovere tornare a casa, l’autista mi chiese da quale parte d’Italia provenissi – il mio portoghese aveva comunque una calata un poco nostrana – e io risposi Firenze – allora vivevo lì -. Lui, autorevole, non ebbe dubbi: “La patria di Machiavelli” e si mise a chiedermi che ne pensassi dell’ermeneutica e dei suoi scritti. Fu una piacevole conversazione.

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Sempre con la voce di Ricardo Ribeiro, ripercorro a memoria quei giorni in cui lo conobbi, che erano poi quelli in cui ritrovai a Lisbona, dopo diversi anni, un amico lucchese del quale avevo sì notizie via via da parte di altri colleghi, ma che non avevo più visto: il pittore Riccardo Benvenuti. Importante ritrattista, capace con i suoi colori solitamente tenui di dare vita ed emozione a figure principalmente femminili di grande garbo. L’occasione era la inaugurazione di una mostra al museo del fado sulle cantanti portoghesi, che Benvenuti – con l’allora direttore dell’Istituto italiano di cultura, Giovanni Biagioni, e l’amico Abbondanza – aveva ideato replicando l’idea delle interpreti pucciniane, che rappresentano il suo lavoro più conosciuto e amato. Anche i quadri delle fadiste erano molto belli, il disegno aggraziato, la somiglianza apprezzabile anche se interpretata, l’ambientazione pregevole. Fu un grande successo della cultura italiana, tanto che l’anno successivo, il 2004, per gli Europei di calcio Benvenuti replicò la mostra a Casa Italia. E il ponte col Portogallo fu, grazie a lui, ancora più solido. Un ponte incrollabile.

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