Il sacrificio resta in fondo al mareNon è il conto della spesa, ma lo dice Fortress Europe, che si fida delle notizie date dalla stampa internazionale: solo nel 2011 circa duemila persone in fuga dall’Africa e dal Medio Oriente sono state inghiottite dal mare nel loro tentativo di approdare in Europa, nell’opulento Occidente, quasi tutte con la rotta puntata sul nostro meridione, sfruttati in patria (Gabon, Senegal, Sudan, Tunisia, Libia, Eritrea, Etiopia  eccetera eccetera), sfruttati nel viaggio da scafisti senza cuore che chiedono mille e più euro per la traversata, sfruttati qui se riescono a giungere sulle nostre coste. Una vita dannata dalle conseguenze comunque tragiche. E un corpo che mai sarà recuperato. Sempre lo stesso sito, parla di 17mila e più vittime in venti anni. E noi qui, a chiederci quale sarà il destino del mondo se non riusciremo a  capire che la specie umana è una, inscindibile e indivisibile dal concetto di razza: caucasici, africani, asiatici e via discorrendo appartengono al solo mondo che conosciamo e che dobbiamo vivere e dividerci per non ammazzarci noi e ammazzare la Terra che già di per sé corre migliaia di pericoli.

Penso a quei duemila che non ce l’hanno fatta, penso che non possiamo cominciare il nuovo anno se non pregando, laicamente o religiosamente, perché ciò non accada più, perché davvero chi può inculchi in menti irragionevoli, di qua e di là dal Mediterraneo, l’unica soluzione possibile: accettazione e convivenza. Nessuno è diverso dall’altro, mai!

La canzone si intitola “E’ doce morrer no mar”, è dolce morire nel mare, e vuole esorcizzare il sacrificio attuale prendendo spunto da quello dei marinai che affrontavano per la pesca il periglioso oceano Atlantico di fronte a  Salvador de Bahia, Brasile, nelle prime decadi del Novecento. A scrivere i versi uno dei più grandi romanzieri di sempre: Jorge Amado. La musica è di un genio della cultura popolare: Dorival Caymmi. La versione audio che vi propongo è anch’essa straordinaria: Cesaria Evora e Marisa Monte, le due Iemanja ai lati dell’oceano. La traduzione è in collaborazione con il mio amico e sodale Alessandro Pianigiani, con il quale ho vissuto il più autentico spirito bahiano.

E’ dolce morire nel mare

nelle onde verdi del mare

La notte che lui non tornò
fu di tristezza per me
il peschereccio tornò da solo
triste notte fu per me

Il peschereccio partì di notte
All’alba non tornò
La sirena del mare
si prese il buon marinaio

Nelle onde verdi del mare, amore mio,
lui si lasciò affogare
fece il suo letto di sposo
in braccio a Iemanjà

[youtube 9NWC1rEPMbE 520]

Il prossimo appuntamento con Distorsioni è previsto lunedì 9 gennaio 2012

1 commento

  1. Aggiungo un dato: per le donne oltre a quanto detto si aggiunge essere violentate almeno ad ogni passaggio di frontiera e quando accade di rimanere incinte partorire spesso nei barconi e sentirsi strappare i figli appena partoriti e vederli buttare in mare.

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