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Il peggio non è ancora fra noi, prepariamoci a D’Alema

Arriva D'alema.

Le cronache politiche riportano uno scenario che mi turba.
Pare che il narcisismo grillino del “non facciamo alleanze con nessuno” sia destinato a mortificare in modo definitivo il tentativo bersaniano di costruzione di un governo e che questo fallimento aprirà la porta al più dannoso uomo politico del dopo guerra dopo Berlusconi: Massimo D’Alema.

Pare che questo intelligentissimo uomo politico, dopo aver resuscitato Berlusconi con la ormai mitica Bicamerale (chissà se ci sarà mai un allargamento del caso De Gregorio o dovremo solo pensare che si trattò di puro genio dell’intelligentissimo) stia oggi architettando la più importante novità politica del nostro tempo: la riduzione del peso elettorale del Pd sotto la soglia dello sbarramento al 5%.

Pare infatti che l’intelligentissimo, che sta cercando un modo perché si continui a parlare di lui oltre la imminente rottamazione, stia lavorando ad un governo di “larghe intese” in un abbraccio elettoralmente bruciante fra Pd, Pdl e Monti.
Pensate che regalo a Grillo-Casaleggio: il sistema dei partiti avvinghiato in un abbraccio senza destra e sinistra in una rappresentazione plastica di quello che Grillo sostiene da tempo, la scomparsa delle ‘ideologie’, come se si trattasse di una parolaccia.

Alle prossime elezioni politiche avremmo in questo caso una maggioranza grillista di stampo bulgaro e una già prevedibile conseguenza: il sicuro passaggio alla storia del più grande coglione (scusate ma la lingua italiana non prevede sinonimi per il vocabolo che necessita) della della sinistra italiana da Gramsci a oggi.

Pereira

Pereira

348 articoli su Radio Pereira. <a href="https://radiopereira.it/io-sono-pereira/"><strong>Della prima parte della mia vita</strong></a>, molti di voi già sapranno grazie ad Antonio Tabucchi, della seconda invece pochi sanno. Per carità, non che ci sia molto da dire ma visto che i ragazzi della redazione insistono... Venni qui dopo un lungo peregrinare da un paese all’altro, fuggendo da quel paese senza libertà che era diventato il mio paese, il Portogallo, negli anni ‘30. Arrivai subito dopo la guerra e mi trovai così bene da decidere di rimanere. La gente allora era accogliente, nel paese si respirava – grazie al clima di dopoguerra – una voglia straordinaria di fare, di ricostruire e anche io diedi il contributo. Oggi si direbbe che lo diedi da “straniero”, da “migrante”. Ma ero poi così straniero, cioè “estraneo” a questo paese? forse no, visto che sono ancora qui e considero questo paese come l’altra mia patria. <a href="https://rp.liberstudio.com/2008/07/25/il-cantante-vasco-e-la-questione-dell%E2%80%99identita/"><strong>Vedi anche questo post</strong></a>