Madonna di San Luca

Egregio sig. Pereira,

occorreva proprio la ricomparsa nel nostro (ed altrui) territorio  di una epidemia perché mi decidessi a riesumare l’ormai desueta “lettera22”.

Mi sia permesso iniziare questo breve ragionamento raccontando una storia, senza preoccuparci troppo di distinguere tra realtà e leggenda.

Era il luglio dell’anno domini 1433 e su Bologna, e le campagne circostanti, si narra piovesse ininterrottamente dall’aprile dello stesso anno. Grande era la sofferenza dei raccolti, il grano rischiava di marcire gonfio di acqua e si prospettava un anno di carestia e fame.

In tale frangente, non sapendo più (letteralmente) a che santo votarsi, un tal Graziolo Accarisi suggerì agli Anziani della città di portare entro le mura l’immagine della Madonna custodita, allora come ora, nella basilica di San Luca sul colle detto della Guardia, nelle prime alture collinari a sud di Bologna.

Così fu fatto.

Varcate che ebbe la sacra icona le porte della città, comparve il sole e il tempo volse, e si mantenne, al bello. Narrasi che quell’estate vi fu un raccolto abbondantissimo, come non se n’era mai visto.

Da allora, cambiando a volte data, con periodi di interruzione, ogni anno nella città di Bologna si celebra il rito della “discesa della Madonna”, dalla basilica di San Luca fino in città. E tutti i bolognesi si attendono, in quei giorni, che piova.

Vedrà anche lei, amico mio, che, come sempre accade, anche allora prima nacque il rito e poi il mito che lo spiega.

Di fronte agli eventi che lo sovrastano, di fronte al mistero, l’essere umano ha bisogno di agire. E di credere.

Egli si illude di fare ciò in cui crede, ma in realtà fa e, poi, crede. Crede in ciò che ha fatto. A volte sensatamente, a volte no. 

I primi riti furono probabilmente i sacrifici (da sacrum facere).

Sacrifici di animali (i migliori), di cibo, di esseri umani (per lo più giovani).

Si sacrificavano le cose migliori per placare l’ira di dei che si immaginavano volubili e vendicativi.

Non sovvengono anche a lei le immagini -così frequentemente rievocate nel cinema- di animali uccisi sull’altare con lame affilatissime, urla, muggiti, sangue che schizza ovunque, rulli di tamburi, il fumo della carne che si consuma sul fuoco?

Mi si obietterà che l’uomo moderno di fronte agli eventi naturali e al mistero dell’esistenza non si rivolge più alla religione e al mito: ora ogni sua azione poggia saldamente su basi scientifiche.

Ha, però, lei stesso assistito in queste settimane a discussioni tra “scienziati” ed “esperti” al cui confronto le dispute tra giansenisti e molinisti nei secoli passati appaiono fondate su incontrovertibili basi oggettive.

La scienza svolge (o tenta di svolgere) a livello sociale ed antropologico i compiti di nuova religione. Come tale ha la propria ortodossia, le eresie, le tendenze riformatrici e le varie scuole di pensiero. E le istituzioni, a volte in lotta tra loro.

Mi segua, caro amico, in questo gioco intellettuale: provi a vedere la medicina come una Chiesa.

I cittadini-pazienti sono i fedeli: peccatori -finché possono- che ogni tanto vanno a confessarsi e, a volte, fanno penitenze (in genere diete, astensioni da alcool, tabacco o altro).

I medici di base, i parroci.

Gli ospedali, i luoghi di pellegrinaggio (gli equivalenti di Lourdes, Medjugorje, Loreto e, perché no?, San Luca) ove ci si reca per ottenere la guarigione miracolosa.

Le università, naturalmente, sono le diocesi e i vescovadi.

Manca, è vero, un papa e un vaticano, ma in alcune discipline se ne incominciano a intravvedere i prodromi.

Compresse, gocce, iniezioni supposte sono acqua benedetta, ostie ed altri mezzi di elargizione della “Grazia”.

E’ una religione ancora primitiva che richiede sacrifici dolorosi e violenti: operazioni chirurgiche, procedimenti diagnostici invasivi.

E, come tutte le religioni, ha i suoi riti. Alcuni individuali, altri collettivi.

Alla parola epidemia il nostro immaginario collettivo associa immagini radicate nei millenni passati: carestie, siccità, inondazioni, pestilenze, assedi, ecc.

Ed ecco che al loro apparire all’orizzonte sociale sono scattati alcuni riflessi condizionati: esodi biblici, assalti ai magazzini, ecc. 

E, ovviamente, la celebrazione di liturgie.

Tutte le sere, ad esempio, alla stessa ora, come i vespri, il bollettino della Protezione Civile.

E poi le rinunce. I sacrifici.

Come i popoli più primitivi sacrificavano i propri giovani; come quelli nomadi e pastori sacrificavano gli animali; come le civiltà stanziali e contadine hanno usato per i propri sacrifici (anche simbolici) i prodotti della terra, pane e vino in primis; così la civiltà moderna sacrifica sull’altare, alla ricerca della salvezza, la prima parola del proprio mito fondativo: LIBERTA’.

Sacrifichiamo ciò che abbiamo di più “sacro”: la libertà di movimento, la libertà di produrre e, perfino, la libertà di consumare.

Speriamo con tutto il cuore che questa quarantena sia solo una (purtroppo lunga) quaresima al termine della quale, dopo essere morto per tre giorni, il Cristo risorge. 

E noi, poveri cristi, con lui.

Festeggeremo allora e saremo felici come una Pasqua.  

P.S. Non intendo con quanto esposto mettere in discussione alcuno dei fondamenti di scienza intorno a questa pandemia, né -tantomeno- dubitare dell’opportunità delle misure prese. Volevo solo evidenziarne il valore simbolico e rituale perché, per dirla con Wittgenstein, l’uomo è un essere tanto razionale e scientifico quanto “cerimoniale”.

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