Rantologia, stralcio 1

Voci della terra dei tubi

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Rantologia

Nuova rubrica: Rantologia. Siamo molto contenti e orgogliosi di sostenere la campagna di raccolta fondi di Michele Gianni. Aiutiamolo. E leggete il suo racconto, apre davanti ai nostri occhi un mondo che non immaginavamo.

Non mi sarei mai voluto ricoverare.
E’ la strada più breve per crepare. Se non sei infetto ti infetti, i reparti sono stati messi su da un giorno all’altro, il personale è inesperto, non si conoscono tra di loro, non hanno indumenti e protezioni adatte, trasmettono il contagio da un paziente all’altro e si infettano a loro volta, sono incazzati neri per quello che gli è capitato tra capo e collo, turni massacranti a rischiar la pelle mentre tutto il mondo si barrica in casa…

Rantologia – Stralcio 1

Vengono due donne vestite di tulle e di organza, un sovrapporsi di strati verdi e azzurri, con qualche tono sul viola, che però è forse dato solo dalla mescolanza di colori distinti sullo sfondo di camici o grembiuli di colore indefinibile. Mi dicono che andiamo a fare la TAC.

Lascio in camera gli occhiali. Non mi fanno mettere la mascherina. Mascherina e occhiali sono un binomio poco compatibile. Se metti la mascherina gli occhiali si appannano, se non vuoi appannare gli occhiali devi tirare la mascherina sotto il naso, a coprire solo la bocca. Così la mascherina, anche ammesso che serva, non serve a niente. Spingono il letto per il corridoio dell’ex reparto maternità trasformato in reparto COVID 19.

E’ la prima cosa che imparo ascoltando queste due donne. Sono in quello che fino a pochi giorni fa era il reparto maternità. Vincendo atavici campanilismi, le donne di Pesaro vanno a partorire a Fano, lasciando camere corridoi e ambulatori dell’ostetricia-ginecologia a totale disposizione degli infetti. L’accorpamento dei reparti tra le due città vicine, tentato inutilmente da almeno dieci anni, è riuscito in pochi giorni grazie al virus della corona, senza che nessuno muovesse obiezioni. Anche per le donne che partoriscono, sapere che non sono a contatto con reparti di infettivi deve essere una bella tranquillità che compensa l’onta di quel “nato a Fano” che apparirà sui documenti dei nascituri pesaresi per tutta la vita.

L’ascensore è occupato, prima che si liberi passano una decina di minuti, poi giù a spasso nel sotterraneo, deserto, giriamo un po’ di corridoi per prendere un altro ascensore che ci porterà alla radiologia.
Le donne parlano del loro abbigliamento, di dove hanno rimediato questo, dove hanno rimediato quello…
Una di loro mostra orgogliosa la visiera che sovrasta la mascherina, incastonata sotto una scuffia elastica.
Me l’ha data mio moroso. Lui la usa quando fa snowboard.

Me lo vedo sui crinali immacolati delle Alpi a fare snowboard fuori pista a tremila metri d’altitudine provocando terrificanti slavine nelle valli sottostanti e contemplandone gli effetti spettacolari dalla sua visiera ermeticamente sigillata tra le pieghe di futuristiche tute da sci.

Quest’anno la stagione dello snowboard è andata miseramente a puttane. Regalare alla morosa la visiera è un gesto nobile, di grande amore per lei e per l’umanità. Il materiale con cui è fatta quella visiera non si appanna, consente una visibilità ottima pur in presenza di mascherine che ti mandano tutto il vapore verso gli occhi.
L’altra donna mostra la sua visiera.

Io ho trovato questa! Funziona benissimo!
Ma l’altra le si avvicina al volto
Ma qui c’è scritto qualcosa… Col pennarello nero… Fausto – Pesaro. L’hai fregata a qualcuno!?
L’ho trovata negli spogliatoi… Non mi sono accorta della scritta. Devo pur coprirmi il volto anch’io!
Queste povere donne mandate alla guerra senza equipaggiamento. Mi ricordano i soldati che quel delinquente di Mussolini mandava nella neve con le scarpe di cartone. Però qui la guerra è arrivata, Mussolini mandava quei poveracci a invadere altri paesi, equipaggiati di stracci.

Queste donne si arrangiano come possono, regali del moroso, furtarelli tra colleghi, per portarmi alla TAC senza farsi contagiare e contagiare altri con i miei effluvi infetti. Sento per loro un fortissimo trasporto, un affetto tenero.

– Vedi anche Stralcio 2 e Stralcio 3

Ho voluto raccontare la mia esperienza e il mio ricovero in ospedale per COVID-19 scrivendo questa Rantologia. Volete leggerla? Ecco come fare:
Fate una donazione di quello che volete e potete, pochi o tanti euro, al consorzio sociale Santa Colomba di Pesaro. I fondi raccolti sostengono la prevenzione della diffusione del virus nelle case di riposo.
L’IBAN è IT41 Z 03069 09606 100000060476, intestato a Consorzio Sociale Santa Colomba, la causale “sostegno campagna di prevenzione”.
Mandate copia del bonifico all’indirizzo: mail.rantologia@gmail.com, risponderò spedendovi il pdf di Rantologia. Se pensate che la cosa possa interessare qualche vostro amica o amico, condividete questo post.
Michele Gianni

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[…] Vedi anche Stralcio 1 […]

roberto
roberto
18 Aprile 2020 09:35

molto ben scritto…
molto coinvolgente…

Mauro Alan Panunzi
Mauro
15 Aprile 2020 12:53

Nel dettaglio, tutto ciò che caratterizza l’epoca in cui stiamo vivendo. Bellissimo articolo!

Tano Di Vano
Tano
14 Aprile 2020 17:55

C’è tanta roba qui dentro, della vita. Di com’era e di come sarà. Chissà se avremo tutti più rispetto gli uni degli altri. Se avremo più rispetto di chi lavora dentro ad un ospedale.