Tererè: Foresta Paraguayana.

Domenica di sole, una delle tante. Mi trovo sulle rive del lago Ypacaray, a circa un’ora di autobus dalla capitale. Accanto a me siede Annalisa, mia instancabile compagna di viaggio. Legge Rayuela di Julio Cortàzar. Terminato il Tereré prendiamo in un sentiero poco battuto che si perde nella verdissima foresta paraguaiana. Giusto all’inizio incrociamo dei ragazzi che ci consigliano di salire in cima ad una collina non troppo lontana. Dicono che ne valga davvero la pena. Non abbiamo dubbi e ci avventuriamo tra piante, cespugli e terra rossa. Dalla cima di un albero riesco a vedere sia la collina che il punto si partenza, è tutto abbastanza lineare. Dopo circa un’ora e mezza siamo in vetta. Avevano ragione i ragazzi, il paesaggio è mozzafiato.

Mauro sull'altura in fronte alla foresta Paraguayana.

In principio non sembra nulla di speciale, ma in poco tempo impariamo ad apprezzarne la semplicità. Siamo di fronte ad una gigante macchia verde che si estende fino all’orizzonte. Il silenzio regna tutt’attorno e un’aquila ne approfitta per catturare la nostra attenzione. Scorgo giusto qualche tetto rosso in lontananza, dovrebbe essere Aregua, ma fin qui nessuna traccia di esseri umani. Il sole sta calando quando Anna, sempre saggia come Salomone, mi ricorda che sarebbe meraviglioso ritrovare il sentiero prima che faccia buio. Detto fatto. Il sole scompare dietro le nuvole modificando totalmente il paesaggio. Ora il cielo è tutto grigio. Ho già incontrato una splendida aquila, certo, ma vista la fatica che abbiamo fatto per arrivare fin qua pensavo almeno di meritarmi un giaguaro o un fenicottero rosa. Non mi arrendo, continuo a vigilare sulla vegetazione. Questa è l’ultima foto che scatto prima che succeda qualcosa che difficilmente dimenticherò.

La foresta, rifugio per i narcotrafficanti.

Annalisa è qualche metro davanti a me, quando improvvisamente odo qualcosa muoversi tra gli arbusti. Sono sicuro di aver sentito bene. Spero ancora nel giaguaro. Sto cercando tra il verdeggio ma non riesco più a collocare il suono. Ho perso l’attimo. Ad un tratto i miei occhi si incrociano con altri due. A pochi metri da me c’è un uomo nascosto tra le frasche. Porta un passamontagna ed un giubbotto antiproiettile. Mi guarda restando immobile e dice qualcosa a bassa voce, con tono per nulla amichevole. Non capisco, ma non credo sia interessato a me. Però mi fa sentire di troppo. Il momento è breve ma intenso. L’istinto mi suggerisce di far finta di niente e continuare per la mia strada. Cerco di tranquillizzarmi pensando positivo e riesco quasi a convincermi che stia partecipando a una battuta di Soft Air o cose simili. Raggiungo Annalisa e, cercando di nascondere ogni preoccupazione, le faccio capire che la situazione non mi piace. La invito ad accelerare il passo. Fa domande, ovviamente mi sta leggendo qualcosa in volto. Per non deluderla prometto di raccontarle la verità solo una volta a bordo dell’autobus. Non afferra ma si fida, accelera. In un silenzio tombale marciamo indiscreti verso sud chiedendoci quanto mancherà ancora per tornare al punto di partenza. Mi guardo spesso alle spalle, non c’è nessuno. Proprio per questo motivo perdo terreno nei confronti di Annalisa e mi trovo a rivivere una scena analoga alla precedente.

Da un cespuglio salta fuori un uomo con dei pantaloni neri, una maglietta nera a maniche corte ed un cappello dello stesso colore. Dovrebbe essere più o meno sulla cinquantina. Mi dice qualcosa ma non riesco a capire, credo stia parlando guaranì. Annalisa è lontana, non si accorge di niente. All’improvviso l’uomo estrae da dietro la schiena un coltello color rame ed incomincia a corrermi incontro. Scatto anch’io, come mai prima. Lancio un grido ad Annalisa, le ordino di correre. Lei si volta e vede l’uomo col coltello. Il suo sguardo mi resterà impresso a lungo. I minuti sembrano ore, ma l’uomo ha un altro passo ed è sempre più lontano. Resta la paura che qualcuno possa apparirci in fronte. Ma per fortuna appare la strada. L’asfalto, quello grigio. Non l’ho mai amato così tanto. Sento un motore in lontananza, è un autobus. Va nella direzione opposta a quella che dovremmo prendere, poco importa. Lo fermiamo gettandoci in strada e saliamo a bordo. Non mi sembra vero di vedere vecchi, bambini, mamme, gente normale. Ora è tutto finito. Guardo la strada dal vetro posteriore ma dalla foresta non esce nessuno. Cosa ci faceva un uomo con un passamontagna ed un giubbotto antiproiettile, nella foresta, domenica alle cinque di pomeriggio?

La sera usciamo a cena con i nostri amici i quali, una volta ascoltato il nostro racconto, ci spiegano che le persone che abbiamo incontrato nella foresta sono potenti narcotrafficanti. Sono persone che vivono in luoghi isolati, evitando ogni tipo di contatto con la società. Esattamente come fanno i “nostri” più pericolosi boss della mafia. Non hanno telefono, non hanno documenti. Sequestrano persone qua e là, chiedendo alle famiglie delle vittime di pagar loro un salatissimo riscatto. Prometto che mai più in una foresta paraguaiana io metterò piede. O per lo meno non ci andrò più in ciabatte.

5 Commenti

  1. In linea di massima si cerca di sorridere sempre ed impadronirsi della situazione. Se va male ti derubano. Ma quel giorno ho davvero imparato ad informarmi prima su dove si sta andando. Suvvia, non ero in Toscana. All’arma da fuoco sto lavorando al momento, ma non te la prometto!

  2. Caro Mastro mundo, poi mi sono fatto coraggio e ho continuato la lettura! Ogni viaggiatore che si rispetti deve avere almeno una buona storia da raccontare di ritorno da un viaggio; storia che deve avere nel suo sviluppo almeno un’arma ( da fuoco è meglio), una fuga roccambolesca, una donna al proprio fianco, e soprattutto un lieto fine. Caro Mastro mundo, ora ce l’hai. Un abbraccio. e sta attento marcmand!!

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