Quando il vento si alza e va a scontrarsi con le nuvole nere che vengono dalla “margem sul”, c’è il rischio di farsi portare via dalle folate, o spazzare dall’acqua che cade impetuosa e in breve ti riempie facendo pesare il doppio tutto ciò che indossi. Oppure c’è la forte possibilità che il conflitto generi l’esatto contrario: la pace, la quiete invece della tempesta, l’azzardo di un volo di gabbiano dall’Oceano a Barreiro.

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Quei gabbiani che se ti beccano ti fanno male, ma che in fondo hanno un carattere così buono che se ti sdrai a prendere il sole nelle stagioni calde sulla spiaggia di Cascais ti vengono a mangiare accanto, sfidando la tua compagnia, ma allo stesso tempo fregandosene di tutto quello che fai.
La giornata che doveva bagnarti, tornando a noi, in realtà ti prosciuga subito, ti affetta il viso e ti taglia la pelle con le stilettate gelide della tramontana, poi te lo arde con il sole che appena dopo ti brucia e che dura così a lungo, fino a quando il giorno arriva a confondersi con la notte. E da quando poi la notte torna a essere giorno. Un gioco quasi alla pari, una divisione a metà e un suono dentro che incide sulle nostre giornate quasi fossero giornate di mille sensi.

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Un gioco di luce-buio, sole-pioggia, vento-quiete. Un gioco al quale si partecipa per forza, non c’è bisogno di iscrizione, ma solo di uscire in strada, camminare o fermarsi sul marciapiede e guardare in alto. Ma anche verso i piedi: l’acciottolato dell’Arrochela o la pietra lucida di Largo Camoes o le discese ripide dello Chiado o gli angoli oscuri della Mouraria. Se poi raccogli le arance che crescono sulle piante della Sé, il loro colore dà un riflesso in più al color di paglia che in basso il Tejo emana lungo il suo corso, che riesce a essere nervoso, agitato, mosso anche fra gli alvei cittadini. Un fiume increspato, non placido, o almeno non sempre.. Non c’è però motivo di essere placido in questo suo lungo e largo cammino dentro la città, a dividere la metropoli e i suoi pianeti meridionali.

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E’ bello fermarsi a guardare le discese destinate a gettarsi nel fiume, che siano scalinate o picchiate lisce d’asfalto non importa, la cosa che conta è avere uno sguardo lontano e saperlo giudicare per quello che il nostro cuore ci dice. Lisbona si giudica col cuore, non lo possiamo negare. Con l’emozione, la ragione arriva dopo, semmai, e poi non sempre è determinante. Ma il cuore e i brividi sulla pelle sì che sono indispensabili, perché non si può amare qualcosa, una città o un’opera d’arte, o qualcuno, uomo o donna che sia, senza sentire i brividi sulla pelle, senza sentire quanto il cuore batta forte e corra verso la meta. Camminando per Lisbona a qualsiasi ora – e ci camminerei ogni giorno della mia vita – in testa penetrano odori e sapori. Nelle orecchie risuona una musica. E allora a ogni angolo scegli la canzone che più ti rappresenta in quel momento, che più rivela l’animo dell’ora che scocca. E il camminare senza una meta che abbia una qualche ragione rivela più che mai un desiderio e consegna alla nostra emozione vedute e inspirate scorciatoie che valgono ogni volta la fatica data dal salire e scendere in continuazione le colline che declinano sul Tejo, adagiandosi sulla sua sponda destra.

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E se poi, in un momento di particolare affanno si potesse rincorrere un electrico 28, anche il suo sferragliare su e giù per Graça, Alfama e Bairro Alto, è musica e con l’orecchio attenti potrà accompagnare tutto il viaggio, a scandire le tappe di un giorno che può non finire mai.

Ps: la colonna sonora non poteva che essere Amalia Rodrigues. E l’emozione, come il battito del cuore, sale.

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f.t.
f.t.
30 Gennaio 2011 22:09

Un elettrico 28, legno chiaro e zinco, per l’Alfama… è come un treno per Varanasi, un autobus per Puerto San Julian, un passaggio in autostop per Irkutsk. Grazie Riccardo..