
“…é un posto che qua conoscono in pochi. Li ce ne sono a centinaia, stai tranquillo. Se ti va, un mattino ti ci posso portare. Usciamo presto, tipo verso le sei… a una manciata di chilometri dalla riva si spegne il motore e si prosegue a remi… perché loro sono furbi, fiutano il pericolo a distanza. Una volta arrivati occorre camminare con cautela, evitando di produrre rumore… ci si avvicina al lobo de mar e giunti a pochi metri lo si spaventa, perché quando é in pericolo si alza e… BAM!, con un palo di ferro gli si assesta un colpo ben forte proprio sul muso… perché é l’unico punto debole che ha.
Se vuoi a quello ci puoi pensare tu. Quindi la bestia perde i sensi e la si taglia a pezzi con la motosega… si, io la taglio da viva, altrimenti le cose si complicano troppo… perché quegli esseri li pesano seicento chili ed io con la mia barca non riesco a caricare una carcassa intera, ma posso sempre fare un paio di viaggi. Poi giá che si é li con una spranga di ferro in mano, hehehe, si fa quello che si puó: io ogni volta porto a casa foche, pesci, persino pinguini… no, davvero, il pinguino ha una carne buonissima! Una volta tornati in paese vedrai che non restano nemmeno le ossa.”
[Oscár, 51 anni – pensionato tabellare]
Punta Arenas, ore 22:15. Esco dal ristorante con le mani nei capelli. Ovviamente dopo aver rifiutato l’invito. Sono sempre di piú le imbarcazioni locali che si addentrano tra i ghiacci della Patagonia cilena, spargendo sangue e seminando terrore. Spesso senza neppure aver un bersaglio preciso. Tutto si mangia, tutto si vende. L’intera societá, bendata dalle abitudini, contribuisce al meglio ad un tremendo mercato di vite. Magari anche semplicemente per ravvivare un paio di scarpe.
Ieri sono andato anche io. Dovevo vedere per credere. Mi sono allontanato dal gruppo e sono arrivato a una manciata di metri da un grande esemplare di leone marino. Una femmina. Se ne stava li, indifesa, mi guardava con occhi carichi di terrore, ma quasi rassegnati. Occhi di una dolcezza straordinaria. Le ho scattato una foto, questa.

Probabilmente sentiva che era giunta la sua ora. Avrei voluto passare del tempo con lei, almeno una mezzora. Avrei voluto abbracciarla. Avrei voluto spiegarle che con me poteva stare tranquilla. Ma non sapevo come. Le parole di Oscár rimbombavano nella mia testa. Stavo immaginando la scena proprio davanti a me. Ero li, vigliacco, sotto gli occhi dell’intera fauna. Spesso ci dimentichiamo che gli animali ci osservano e riflettono. Soprattutto quando uno di noi taglia a pezzi uno di loro. Con una motosega. Me ne sono andato dalla vergogna. Mentre camminavo sentivo un enorme peso addosso, stavo portando la bandiera dell’assassino, di quell’essere spregiudicato ed irrazionale che si distingue in tutto il mondo. L’unico animale in grado di comprendere tante cose e poi dimenticarle in fretta abbandonandosi all’impulsivitá, all’istinto. Quella creatura che crede ancora di essere l’animale piú intelligente.
Toccante. Commovente. Grazie.