Una sera l’amico Marcello Sacco, che da Lecce è diventato lisboeta e insegna la nostra lingua al Conservatorio della capitale lusitana, mi ha portato a cena in un luogo straordinariamente affascinante, una di quelle trattorie di una volta dove il cibo è ottimo e il prezzo onesto. Il bairro era Madragoa.

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Il ristorante si chiama “Varina da Madragoa”. Lisbona, per la verità, è piena di questi gioielli e qualunque persona che ci vive ti sa indicare i luoghi più interessanti. Devo ringraziare Marcello stesso perché me ne ha fatto conoscere un altro e non ho vergogna a nominarlo qui: il “Principe de Calhariz”, sulla Calçada do Combro. Il fado è musica per lo spirito, ma a stomaco pieno si può apprezzare anche di più! Ma torniamo a bomba alla “Varina da Madragoa”. Il tavolo che ho scelto dava proprio sotto la foto di Josè Saramago lì a mangiare. Il proprietario posava in bella vista accanto al Nobel per la letteratura, l’unico portoghese che l’abbia vinto. Il proprietario aveva dei baffoni folti e stravaganti, ma straordinaria era la moglie in cucina e tutto l’armamentario di questa trattoria, rifugio non solo di studenti e persone che non si potevano permettere una grande spesa, ma anche dell’alta borghesia cittadina quando voleva assaggiare del baccalà come si deve.

Madragoa, e ce la canta Amalia, è una zona molto bella, piena di stradine tortuose, di case in cui vivono universitari anche stranieri, artisti, poeti, architetti, bohémien che ancora resistono in una città dove la vita notturna è molto viva. C’è anche il museo della marionetta in zona, ci sono ambasciate e chiese arrampicate sulla collina che poi arriva all’Estrela. Ho avuto il piacere di passare lì la prima parte di una notte di sant’Antonio: c’erano le case aperte, spesso la cucina dà sulla strada e in quel caso la porta era spalancata e chi voleva entrava e si prendeva un pezzo di carne o una sardina alla griglia. Se non erano pronte, se le cuoceva direttamente.

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Madragoa ha ispirato molte canzoni popolari, molti fado, autoriali e non, talvolta popolari da taverna, altri più nobili. Frederico de Brito, che è un autore simbolo, ne ha scritti alcuni, cantanti di ogni epoca li hanno interpretati nel modo più conveniente. Passeggiare per Madragoa è una alternativa molto simpatica per chi un giorno vuole evitare la Baixa: ci si arriva abbastanza comodamente, facendo bene i conti con Lisbona e i suoi saliscendi: chi non ha buona “gamba” avrà sempre qualche problema nella capitale del Portogallo, che è così bella da guardare dalla strada che invita a fare chilometri e chilometri. E poi da Madragoa, volenti o nolenti, si passa se a piedi si vuole arrivare al Museu de Arte Antiga, una delle perle della città e comunque anche se andate in taxi o autobus da lì dovrete passare.

Ci sono anche negozietti simpatici, altri ristorantini che ora vanno molto di moda e collezionano una clientela variegata, club di musica e teatri “off”: Lisbona è molto viva culturalmente e ce n’è per tutti i gusti, dal rock al jazz, dalle nuove tendenze alle musiche africane che qui regnano in vari spazi proprio perché dall’Angola e da Capo Verde, soprattutto, la comunità culturale è molto vasta. Insomma: un consiglio che che vale la pena seguire quello di perdersi in queste stradine. Con la particolarità, che a Lisbona non ci abbandona mai, di scoperte a tutti gli angoli. Il nome del quartiere deriva dalla presenza un tempo del Convento das Madres de Goa. Il Tejo è lì sotto a ricordarci che cosa significa per questa città.
Ma torniamo alla varina.

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In questo caso non la trattoria, ma la fruttivendola, la ragazza che in pantofole (chinela) portava il cesto al mercato del Sodré o delle altre zone (e la Madragoa, che è proprio lì sopra, è una zona commerciale). Una “varina” è stata Amalia Rodrigues stessa, quando da bambina vendeva la frutta assieme alla sorella Celeste al banco dei genitori. Ed ecco quindi che l’omaggio triplo, a Madragoa, alla varina e ad Amalia, non può che puntare su questa “Maria Lisboa” che i nostri amici conoscono già, ma che fa sempre piacere ascoltare. Ricordando che il testo è di David Mourao-Ferreira e la musica di Alain Oulman. Che cosa si vuole più di così…

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