Tirocinio a Londra....Ci sono giorni in cui le cose iniziano a girare come speravi. Rari giorni in cui tutto sembra incastrarsi alla perfezione e alcune delle tue domande trovano risposta dopo lunghi periodi di attesa. Perché tutto torna, basta solo avere pazienza. Giorni semplici in cui non sei certamente felice (per quello ci sarà tempo) ma sei comunque serena. A me è capitato un giorno così qualche mese fa: aspettavo una risposta per un Progetto Europeo che prevedeva 3 mesi di tirocinio all’estero e le cose sono andate come speravo…almeno all’inizio.

Rhonda Byrne nel libro The Secret (una pacchianata americana sulla ricerca delle felicità) dice che le cose per ottenerle devi immaginarle. Io per sicurezza mi ero già immaginata la mia stanzetta in un sottotetto nel centro di Stoccolma. Tetto spiovente, mobili bianchi e pavimento ricoperto da vecchie tavole di legno. Non certo l’Hilton. Sono una che si accontenta.
La partenza era prevista per i primi di Maggio. Ma purtroppo se mi affaccio dalla finestra non vedo il lago Mälaren, e ammetto di non essere più nemmeno così “serena”.

Il Progetto prevedeva una formazione con tutti gli altri vincitori del bando che sarebbero partiti per le varie destinazioni europee. L’appuntamento era nella sala “Parlamentino” della Camera di Commercio di Ancona. Abbastanza ironico come nome. La stanza è a ferro di cavallo quindi ci si poteva guardare tutti un faccia. Cinquanta facce come la mia in attesa di capire che ne sarebbe stato di noi da lì alle prossime settimane. Facce semplici, di quelle che vedi la mattina per strada. Facce precarie, di quelle che basta una parola per fare il bello o cattivo tempo, di quelli che aspettano il loro turno educati, nella convinzione che quello che ti spetta prima o poi lo avrai. Per la prima volta in vita mia ho capito davvero cosa significa la parola “flessibilità” e chi sono i precari. Li ho proprio visti in faccia.

Il termine “flessibilità” non è più un semplice nome che sta ad indicare la propria capacità di adattarsi agli eventi in modo, appunto, flessibile ed elastico, ma oggi è diventato un termine ricorrente nel linguaggio dello stesso diritto del lavoro intendendo tutte quelle misure legislative in grado di rendere meno oneroso e vincolante il lavoro subordinato per il datore. Essere precari stanca. Una specie di usa e getta lavorativo dove le certezze e il famoso “posto fisso” sono solo un vago ricordo dei “bei” tempi che furono. Provo a vedere ancora il lato eccitante della cosa, ad esempio il fatto che la flessibilità permette di distribuire diversamente le ore di lavoro all’interno della settimana in base all’andamento della produzione o più in generale il fatto che essere “flessibili” (o precari?) permette di fare esperienze diverse in più settori, ma ultimamente faccio fatica a mettere a tacere il mio continuo bisogno di stabilità da classica donnicciola che ormai da mesi mette musi e fa scenate isteriche.

Ripenso al “Parlamentino”. Molti di noi in quella sala erano disoccupati (come me!) o avevano dovuto rifiutare lavori e quant’altro (come me!) nella convinzione di partire a Maggio come il bando del concorso riportava scritto. Del resto nessuno di noi avrebbe rinunciato ad un’esperienza lavorativa all’estero, che tra l’altro “fa curriculum”, per rimanere qua da precario in balia degli eventi. Ripenso all’aria pesante che è calata sull’aula quando ci hanno chiesto cosa ne pensavamo della flessibilità. Silenzio. A me è venuto in mente Ungaretti “Si sta come/ d’autunno/ sugli alberi/ le foglie”. Anche se la situazione a cui si faceva riferimento nella poesia era certamente ben più grave della nostra.

Curricolo.Della formazione ho capito poco, ma ho conosciuto un sacco di ragazzi come me che si piegano ma non si spezzano. Che continuano a cercare, che si rimboccano le maniche e compilano curriculum vitae in tutte le forme (standard, europeo, americano) e in tutte le lingue. Persone che a 28 anni hanno già fatto di tutto “tranne spacciare, prostituirsi ed uccidere” come mi ha detto Samantha, conosciuta durante le selezioni. Mi viene in mente quello che mi disse una volta un’impiegata di un’agenzia interinale: “Fare tante esperienze lavorative non paga, è la costanza in una stessa professionalità che ti permetterà di avere un posto sicuro”. Forse era troppo ottimista, forse non eravamo in piena crisi, fatto sta che oggi un discorso così non reggerebbe. Salta il settore in cui stai sgomitando da anni e salti tu. Per primo. Una mia amica qualche tempo fa mi disse “quello che mi ha salvata è stato proprio l’aver fatto diverse esperienze prima entrare in ufficio (lavorava per una grande ditta di macchinari per la lavorazione del legno, è stata licenziata per riduzione del personale n.d.r.). Le mie esperienze estive come segretaria di albergo mi permettono comunque di lavorare, anche se stagionalmente”. Pro e contro della flessibilità.

Si dice che l’unione fa la forza, ammetto di essermi sentita un po’ meno sola in quel “Parlamentino”. Magra consolazione, enorme terrore nel pensare al che ne sarà di noi. Avrà mai fine l’horror vacui della mia generazione?
Ci rifletto su mentre mi rimbocco le coperte. Stoccolma è stata spostata a Settembre con tanto di scuse degli organizzatori. Che importa se, nella convinzione di partire a Maggio, ho rinunciato ad un’altra borsa lavoro, legata al progetto di ricerca della mia tesi che è durato un anno? Del resto la specializzazione in un’unica cosa non va più di moda, bisogna essere flessibili.

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precaria qualsiasi
precaria qualsiasi
13 Maggio 2011 12:33

Purtroppo, leggendo le tue parole, mi sorprendo contenta di sapere che non sono l’unica in preda a crisi isteriche sempre più frequenti…:-)
Ti esprimo grande solidarietà.
Una precaria qualsiasi…