BreivikHo letto con attenzione, e partecipazione non solo intellettuale, il pezzo di Norman sul “folle assassino” che ha spezzato vite, spinto da niente o da tutto quello che sindacalisti, proibizionisti, membri dell’opposizione comunale, psicoterapeuti e supervisori del “caso” hanno l’inquietante certezza di conoscere.

Condivido la diffidenza nei confronti del determinismo e della meritocrazia. Vi aggiungo la mia personale nei confronti delle spiegazioni troppo semplici, seppure spesso non banali, ovvero incapaci di complessità.
Trovo che nell’orrore dei gesti umani, vi sia un’umanità che, proprio per evitare che si ripetano orrori su varia scala, debba essere incontrata e compresa.

A proposito di scale, sento l’obbligo di sottolineare che, quando ci si trova di fronte agli eventi di violenza (che sia la natura o l’uomo ad agirli), non condivido le poco eleganti, e a tratti sconcertanti, valutazioni mediatiche di ordine quantitativo. La gravità degli episodi di violenza sembra essere, per i mezzi d’informazione, ancorata ad una soglia precisa (non ho mai capito posta a quale punto). Si attraversa, quindi, la tragedia, la strage, il massacro di massa e il massacro del singolo, noncuranti del fatto che la differenza, forse, non è dettata dal numero delle vittime, ma dalla mancanza di consapevolezza. Senza consapevolezza, anche l’atto di violenza verso un singolo essere umano è tragico, è strage, è massacro.

La consapevolezza, come penso voglia dirci Norman, che l’uomo (si legga tutti gli uomini), ben lungi dal rappresentare un ideale di bellezza (e quindi di giustizia), è accompagnato sempre dalla sua ombra. E’ in noi stessi, in ciascuno di noi, è sempre stata, nel mito e nella storia, nel profondo dell’anima degli uomini e delle donne che hanno attraversato la specie umana. C.G. Jung le ha dato dignità di “organizzazione e contenuto archetipico della personalità”, una sorta di DNA psichico con il quale, temo, siamo chiamati, non senza inquietudine o paura, a fare i conti.

Abbiamo, pertanto, se vogliamo crescere e trasformarci in individui migliori, il dovere di confrontarci con essa, non possiamo negarla. Se ci pensiamo estranei all’Ombra, se pensiamo non ci riguardi, corriamo un grande rischio. La differenza tra l’uomo etico e quello che agisce ciecamente sta, stavolta sì, semplicemente, nel pensare che l’Ombra non gli appartenga, che con lui non abbia a che fare, che appartenga all’altro, al diverso. Da questo spesso deriva l’isolamento sociale, o l’esaltazione di certe masse, di uomini e donne, solo apparentemente, senz’ombra. Allora io dico: facciamoci venire il dubbio che quest’ombra ci riguardi e non isoliamola solo perché non la capiamo fino in fondo, e non liquidiamola troppo facilmente con etichette pre-confezionate.

Se pensiamo di Anders Behering Breivik (e ringrazio Norman per averlo connotato con nome e cognome, e non semplicemente con il titolo di “autore della strage di Oslo” -nominare è un gesto altamente etico, oltre che di grande valore di legittimazione alla vita anche psicologica, come insegna Lacan-) “è un povero malato di mente con un’infanzia infelice”, oppure “è un fanatico estremista”, oppure “è il frutto esasperato, ma coerente, del clima d’odio xenofobo che percorre le opulente società occidentali in crisi economica e identitaria”, oppure (e questo è il peggio perché rappresenta la concentrazione di più Ombre, tutte proiettate sull’altro da sé, senza essere comprese o riconosciute, come tali, anche in noi) “è il membro di una cellula del terrore che nasce come contrapposizione violenta alla violenza islamista” neghiamo la possibilità che l’Ombra sia anche in noi e, pertanto, apriamo la possibilità che rimanga incompresa e che venga, come tale, agita ciecamente (ovvero senza l’intervento della coscienza).

Si legge in un geniale Johnathan Littel, autore de “Le Benevole”, che tratta, per la prima volta in forma di romanzo, la furia nazista e la tragedia dell’olocausto, una frase illuminate al proposito: “Questa è una storia che vi riguarda, vedrete che vi riguarda”.
Ci riguardano anche eventi drammatici su altra “scala”, se così si può dire, come la strage alla Columbine High School, e le migliaia di episodi di violenza pubblica e privata di cui la cronaca è tristemente e, in maniera inquietante, ricca e avida al tempo stesso. Ci riguardano non solo come necessaria differenziazione di noi dagli autori delle stragi, ma anche come potenziali autori di stragi. Lo siamo, sempre, se non percorriamo il complesso, ma etico, cammino per comprenderne le spinte e, di conseguenza, evitarle.
Questo cammino parte da noi. Dal dialogo tra la parte chiara e limpida della nostra anima e quella oscura e torbida, che, nostro malgrado, ci appartiene.

Se il contatto con l’inconscio c’è, e se con l’Ombra si può dialogare, e se si può capirne le ragioni e superarle, addirittura integrarle con le ragioni della coscienza e trasformarle, insieme, in una possibilità di crescita, io penso molte stragi potrebbero essere evitate.
Vorrei sottolineare che il mio non è solo un discorso psicologico, forse parte come tale, ma ha un’importante ricaduta etica e sociale.

L’inconscio e il mondo interno di Anders Behering Breivik è certamente caotico, ingombro di idee deliranti (sebbene per alcuni osservatori non partecipi e tanto meno consapevoli dell’Ombra personale o di quella collettiva, “condivisibili”), ma non per questo va esiliato. Se l’unico obiettivo rimane esiliarlo e confinarlo in uno spazio a noi precluso, rischiamo di creare altri Abu Ghraib, altri luoghi in cui, con l’illusione di contenere l’Ombra, la si agisce, talora con ferocia, una ferocia anche maggiore di quella che s’intendeva contenere (o che si aveva la spinta inconscia ad agire).

Invece proviamo a parlare con questo mondo così diverso, violento, e spaventevole, e chiediamoci cosa ci sta dicendo. Non isoliamolo, non pensiamo soltanto al fatto che vent’anni di carcere sono troppi o troppo pochi per risarcire le vite interrotte dalla violenza di quel mondo interno lasciato a se stesso. Sappiamo bene che non c’è risarcimento possibile. Dal punto della norma (non dell’etica) giuridica è possibile solo un’approssimazione. Quanto denaro o quanti anni di carcere possono compensare la perdita improvvisa, imprevedibile, traumatica di giovani uomini e donne, nostri cari direttamente o indirettamente in quanto oggetti d’identificazione?
Andiamo oltre e cerchiamo di capire e comprendere (nel senso etimologico del termine, “prendere insieme”), senza paura. Non confiniamo ciò che non ci piace, non etichettiamo come altro ciò che potrebbe appartenerci profondamente. Non soccombiamo all’inganno elegante dell’idealizzazione. Non pensiamoci come uomini e donne senz’ombra (di dubbio), e così diversi dagli uomini e dalle donne che l’Ombra del dubbio agiscono e subiscono.
Parliamo con l’Ombra e addomestichiamola con la coscienza.

Solo così, io penso, e non con misure restrittive di alcun tipo, possiamo evitare che l’Ombra agisca, nel singolo e nel collettivo, distruggendo altre vite, ovvero la vita umana alla luce della coscienza che l’anima.

Antigone

2 Commenti

  1. Personalmente vedo nei fatti tragici di Oslo il segno di una umanità malata.
    Siamo ben lontani dalla cognizione che siamo tutti uguali e che soprattutto in questi tempi di crisi occorre aiutarci a vicenda.
    Esplodono gli odi raziali e sembra che la grande catastrofe di una guerra planetaria sia sempre più vicina.
    E’ molti interessante il commento di Antigone che parla della ricerca della propria ombra,ma chi riesce a conoscere l’intimo più profondo di se stesso?
    Per me pochissimi individui, i cosiddetti grandi saggi.
    A noi conviene auto imporci di

  2. Sono venuta per commentare proprio l’articolo cui il presente vuole rispondere. E sono felice di trovare proprio Jung, felice di trovare il riferimento all’ombra. davvero felice.

    Vorrei aggiungere – al dato antropologico – un elemento che riguarda il mondo “esterno”.
    Si parlava nell’articolo precedente di disagio della civiltà, di come sia inerente all’economia della gestione dei bisogni e desideri: per vivere insieme, bisogna creare limiti agli umani appetiti.
    ok.
    C’è dell’altro.
    E c’è da qualche paio di secoli a questa parte.
    L’uomo è un animale sociale, per cui naturalmente portato a plasmare la propria esistenza in relazione all’altro. L’uomo come individuo è ormai riconosciuto come moderna invenzione; il modello hobbesiano racconta della visione dell’uomo nel preciso momento storico in cui appare, come ci ricorda Foucault, non dell’essenza umana, come invece pretende di fare.

    Una delle chiavi di lettura – quindi – potrebbe investire la natura della società, le sue dinamiche.
    Il problemino potrebbe essere rappresentato dal fatto che la società moderna (e il suo proseguo contemporaneo) è plasmata – come ci descriveva con tanto pathos l’economista Karl Polanyi – da logiche, valori e ritmi non umani.
    La macchina ed i suoi ritmi, l’economia come forma di pensiero …unico (nelle descrizioni accurate e intuitive di Simmel ne “Le metropoli e la vita dello spirito ad esempio”), la mercificazione della vita.
    La nostra società non ha più al suo centro i valori dell’arte della vita – quell’insieme di insegnamenti e strumenti per affrontare il viaggio della vita, per affrontare a mani nude il suo mistero e la quotidianità; la società ha al suo centro il meccanismo di reiterazione della creazione di ricchezza che doveva essere solamente una piccola fase: ad ogni uomo sarebbe spettata una quantità tale di ricchezza, da permettergli di dedicarsi alla cura dello spirito, alla crescita interiore.
    da zattera ad empasse, la creazione di ricchezza e la sua reiterazione hanno plasmato il mondo come riserva di materie prime (la terra) e di manodopera (l’uomo), traducendo la complessità della vita – che invece era così profondamente compresa nell’arte della vita (vedi Ivan Illich e la sua descrizione della cultura come risposta alla necessità) – in un linguaggio binario, utile solo allo sfruttamento.
    quindi – e scusate se mi dilungo, ma è un argomento a me caro!! – disagio della civiltà si…ma dipende pure da che tipo di civiltà abbiamo forgiato!

    ps: nell’arte della vita (penso alla mitologia, alla tragedia, al sapere del popolo, alla cultura in generale) la gestione dell’ombra è fondamentale.
    sapere antico.

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