Dulce Pontes.

Torno a parlare (e di conseguenza ad ascoltare) di una cantante che mi emoziona ogni volta e della quale ho aneddoti per riempire pagine e pagine di diario. Anche divertenti, anche… riprovevoli. Come quando, in piena preparazione del “nostro” “O coraçao tem tres portas”, mi chiamò sul cellulare mentre ero al teatro della Pergola a Firenze: non avevo staccato la suoneria per distrazione, me lo ricordò lei, Dulce Pontes, telefonando durante un monologo di Tullio Solenghi. Che non la prese bene.

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Scappai nel foyer, ovviamente, e Dulce cominciò a parlare e parlare sul cd e sull’eventuale libro che avrebbe potuto esserci allegato, sulle foto di “Frederico” Tamburini, come lo chiama lei alla portoghese. Un’altra volta chiamò mentre stavo mangiando con colleghi, sempre a Firenze, in un bel posto che si chiama “La pentola dell’oro”, e anche quella volta finii per mangiare tutto freddo… A parte gli scherzi, ricevere una telefonata di Dulce, parlare con lei, discutere di qualsiasi cosa come abbiamo fatto spesso a Tomar o a Obidos, a casa sua ai tempi di Montijo o nei camerini dopo i vari concerti, è sicuramente una cosa che riempie la mente e il cuore. La mente perché le idee sono tante e talvolta inappagabili come tutte quelle migliori. Ma l’adrenalina che riesce a mettere in circolo è sempre notevole. Torno a parlare di Dulce, come dicevo all’inizio, perché un caro amico che lavora nell’ambito musicale mi ha di nuovo chiesto: dove metteresti la tale nella classifica delle fadiste? (non vi svelo ora chi è). E io ho dato il mio personalissimo giudizio, l’ho posta in un ruolo, ma ho aggiunto: a patto che non si consideri Dulce come esponente a 360 della musica contemporanea portoghese e che io situo al numero uno. E quindi le altre scalano di classifica.

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Di questa valutazione mi prendo ovviamente tutte le mie responsabilità, ma sono pronto a difenderla fino in fondo. Ho già riportato quanto mi disse nel 2000 Ruben De Carvalho, uno degli intellettuali lisboeti più importanti e di sinistra: la voce di Dulce è la più bella (Amalia era morta da sei mesi), ma lei non ha una gran bella personalità… (disse cose più forti, ma il senso è questo). La voce di Dulce è davvero la più bella, si piega al fado come al pop come alla musica di qualsiasi genere, dal tango a quella popolare italiana. E la avvolge, la emoziona. Canta le colonne sonore di Morricone come nessun’altra fa (lo ha detto il Maestro ed è un giudizio che sottoscrivo in pieno) e canta Amalia, quello soprattutto mi interessa, come solo Amalia cantava. Certo, direte voi, anche altre giovani hanno voce e talento equiparabile. Dico di sì, che è possibile, che poi il giudizio è sempre per forza soggettivo. Ma se poi andiamo ad ascoltare, nel complesso della sua interpretazione Dulce sa dare sempre qualcosa in più. “Lagrima”, per esempio, è un brano che vorrei sempre ascoltare da Argentina Santos, per carità, ma nel video che vede Dulce cantarla nel 1995 davanti alla divina festeggiata per i suoi 75 anni, è una interpretazione che fa venire la pelle d’oca. La stessa, di certo, che Argentina fa provare quando lo canta nella sua Parreirinha, con il vantaggio però di una voce più fresca e con tante primavere (e privazioni) in meno.

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Sono un tifoso di Dulce e dei suoi duetti, di Dulce e delle sue paranoie, di Dulce e delle sue generosità, di Dulce e delle sue ingenuità. Dulce, insomma, come emblema del mio incontro con Lisbona, prima ancora che conoscessi la città. I dischi, l’Eurofestival, la colonna sonora di “Sostiene Pereira”, quel capolavoro stilistico e magnetico che è “O primeiro canto” e poi il tuffo nella sua personalità e nella collaborazione con lei nata in una serata di dolce estate al teatro Romano di Fiesole, dove aveva appena cantato. Con lei il viaggio a Portimao e quindi a Obidos e Tomar e la realizzazione di video, cd, parole scritte e chiacchierate fra di noi. In nome di un solo dio: la musica, la cultura, la conoscenza, Lisbona, il Portogallo. Quando ti avvicini a un artista, quando fai di lui un tuo contraltare, sai che cosa puoi trovare nella sua testa, magari ha pazzie e follie di genio e questo divide noi umani da loro. Il sapere al momento giusto cogliere l’intuizione giusta. Ho sempre ammirato gli artisti, di qualsiasi colore e idea siano, per questo. Quando, per esempio, mi sono trovato davanti a Manoel De Oliveira, centenario, non ho potuto che inchinarmi alla sua saggezza. Ma anche alla sua capacità di essere ironico e umile.

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Qui, sotto il cielo del fado, i riflettori sono puntati a 360 gradi sulle sette colline di Lisbona, ma non c’è bisogno di aiuto elettrico: la luce rispende a ogni ora del giorno, anche quando sembra che sia notte piena. Anche quando le chitarra sembrano fermarsi. Ma in realtà non si fermano mai. Le chitarre di Lisbona hanno quel suono particolare che le fa sentire così diverse da tutto e da tutti e così intense, così capricciose e allo stesso tempo così divertenti. Ce ne sono di mille tipi e con mille suonatori, anche lungo la strada si possono ascoltare. E dal castello a Lapa è un evidente auditorium a cielo aperto. Lo vogliamo sempre sentire così, ricordandolo a ogni angolo di strada. Lisbona, come ha titolato Repubblica su un reportage di Maurizio Crosetti, è atlantica o d’acqua dolce, ma la luce è l’unica vera bussola. I canti lisboeti danno luce, come non accade da nessun’altra parte (se non a Rio e a Bahia). Dulce è una di queste luci. Ed è una bussola che segna sempre la via giusta.

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