Ana Moura

La definizione non è mia, e lo dico perché mi considerereste di parte, ma di un frequentatore della rete: Ana Moura è la nostra signora del fado. Detta così è una affermazione assoluta e sarebbe quasi offensiva sia per la umiltà della ragazza di santarem sia per la memoria di Amalia Rodrigues. E allora tramutiamola così: Ana Moura è fra le cantanti giovani in attività quella che più si avvicina alla figura di signora del fado.

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Riparlarne è sempre un piacere, soprattutto sarà una delizia per gli amici che potranno seguire i suoi due concerti italiani di mercoledì 23 novembre al teatro Grande di Brescia e di giovedì 24 novembre al teatro Colosseo di Torino, due spazi importanti che hanno sempre conosciuto concerti di assoluto livello, come lo sarà sicuramente quello di Ana che, lo ricordiamo, sarà accompagnata in questa mini tournée da Angelo Freire alla guitarra portuguesa, da Pedro Soares alla viola de fado e da Filipe Rodirgues al baixo acustico. E’ l’occasione, in questo nostro viaggio sotto il cielo del fado, per riascoltarla e soprattutto nel primo brano godere di una formazione come non ce n’è può essere un’altra in questo momento in Portogallo. Ana, ci disse l’ultima volta, stava provando il raddoppio della guitarra portuguesa, come faceva Amalia (e come hanno fatto anche altri, per carità, primo fra tutti Carlos do Carmo), e per farlo non è andata tanto per il sottile: ha scelto i due geni assoluti (ce lo permetta Ricardo Rocha): Custodio Castelo e José Manuel Neto. Questa “Leva-me aos fados”, che dà nome a un album stupendo, ha un balanço difficilmente riscontrabile nei brani del fado moderno. Merito dell’autore, Jorge Fernando, che ha scritto le parole e la musica e che qui suona la viola de fado; completa il quartetto Felipe Larsen al baixo: meglio di così…

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Quello che mi entusiasma del fado è la assoluta vicinanza fra gli artisti e la gente comune, gli amici, gli appassionati. Anche perché l’ambiente sovrano in cui si esprime, la “Casa”, ha di per sé un connotato così intimo che si diventa per forza complici. Ricordo le lunghe chiacchierate al Senhor Vinho o alla Parreirinha o ancora al Bacalhau. In ognuno di questi tre templi della musica popolare portoghese, c’è la possibilità di sedersi al tavolo con i cantanti e i musicisti e scambiare impressioni, parlare di ciò che si vuole, anche di sigarette e politica, fare finta di cantare i brani quando loro li eseguono o per schiarirsi la voce prima di presentarsi al pubblico o perché la serata sta arrivando alla fine e non c’è proprio voglia di andarsene. Ana Moura era in prima fila al Senhor Vinho e poi al Bacalhau in queste amicali conversazioni, in questi piacevoli dopo-spettacolo che in fondo erano un intrattenimento ulteriore alla ricerca e alla scoperta, per me, di aneddoti e misteri, di notizie e curiosità.

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Sempre parlando di Ana, e del suo successo, bisogna dire che la sua provenienza parallela al fado dal pop e dal rock, cavalcati in età giovanile con le bande che si formavano nella città di Lisbona, le ha consentito di non perdere del tutto il ritmo per altri generi musicali, che frequenta per passione e con grande successo, tanto da avere partecipato al primo volume del “The Rolling Stones Project”, ideato dal sassofonista Tim Ries: i brani più importanti del gruppo interpretati da cantanti popolari. Ana lo ha fatto in modo straordinario anche dal vivo, visto che Mick Jagger l’ha voluta con sé sul palco dello stadio di Alvalade, teatro soprattutto delle partite dello Sporting (guarda caso la squadra per cui tifa Jorge Fernando), ma anche palcoscenico di eventi musicali di massa. Se la cavò benissimo, come straordinariamente bene se la cavò a Barcellona cantando con Prince: ma quella volta fu il folletto di Minneapolis a doversi “fadizzare” interpretando a suo modo “Vou dar beber a dor”. E fu subito successo.

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Insomma, chi abita nei pressi di Brescia e Torino, chi ama la musica popolare, chi ama sentire una voce che segnerà per anni un genere umile, ma in fondo altamente valido, non può fare altro che andarsi a sentire Ana Moura. Il suo show viaggia fra passato e futuro, fra brani della tradizione e nuove interpretazioni, per dimostrare che il fado non è quello che i detrattori vogliono dipingere, cioè polverosa merce da retrobottega, ma uno straordinario e fantastico modo di esprimersi e di amare musica e cultura. Buon concerto.

1 commento

  1. * *)Io!!! incantato,rapito,vapore di rovere e respiri oltre:da Carlos Peredas a Jose Manuel Neto che prima della prossima era glaciale desidero fortemente incontrare.E poi,che dire dell’eredità sublime di Amalia Rodrigues ad oggi,che tra le naspe del telaio tesse e resiste al brutto.E tesse,tesse raso e velluto una voce…la voce de Ana Moura che ammanta.Ora prima di evaporare totalmente dentro altra rovere,mi licenzio e a chiusa ringrazzzzzzio.GraZZZZZZZie per avermi regalato queste gocce di cuore nel vento,graZZZZZZZie per lo spazio della vostra anima che mi accoglie ogni volta che busso,un po perso un po ritrovato,così come è il cammino di ogni uomo lazzaro e pellegrino.grazie fdv * *)

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