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Marchionne: l’Italia che mi piace

Bisogna dire la verità. Sono bravi.
Mi riferisco a sceneggiatori, montatori, registi che lavorano per Fiat. Senza dimenticare i compositori (a orecchio direi che si tratta dell’inevitabile Allevi, banale, ma non privo di efficacia nell’occasione).
Gli spot di Panda in Italia e Chrysler nell’intervallo del super bowl di football, lo spazio pubblicitario più caro del mondo, sono dei veri gioielli dal punto di vista della comunicazione e della forza persuasiva.
E rappresentano a loro modo una svolta storica.

Non è da oggi che sappiamo che la pubblicità – orientando i consumi e promuovendo mode e stili di vita – fa politica.
Ma Marchionne sta sparigliando le carte, spingendosi dove nessuna azienda, nessun imprenditore era arrivato.

Qui c'era un video che YouTube ha rimosso.


Egli usa la fascinazione del mezzo e l’eccellente fattura dello spot non per fare pubblicità ad un prodotto, che rimane sullo sfondo, ma per convincere un paese della bontà della sua dura e radicale scelta nei rapporti sindacali e con i lavoratori a cui ha proposto una specie di ricatto: o lavori alle condizioni che io detto, al di fuori dei vigenti contratti di lavoro, o chiudo e sposto tutto all’estero. Lui dice che non c’è altro modo per far sopravvivere la Fiat a Pomigliano e in Italia. Non so se sia vero, so che questa cosa mi suggerisce due considerazioni.
– Forse siamo già nel post berlusconismo, un’epoca in cui la persuasione – non più occulta ma alla luce del sole e riverniciata di orgoglio nazionale – si fa (si farà?) con spot di questo genere.
– La politica si fa sempre più fuori dal Parlamento. Questo senz’altro per colpa di una classe politica del tutto immobile, egoista e inadeguata (quasi sempre) che non riesce a fare in vent’anni quello che il governo Monti (piaccia o no) fa in due mesi. E anche con Monti non è che il Parlamento abbia molto potere…

In ogni caso vedo un futuro molto roseo per chi è già molto ricco, e molto cupo per giovani, anziani, persone in età da lavoro, ma con sempre meno lavoro.

Pereira

Pereira

348 articoli su Radio Pereira. <a href="https://radiopereira.it/io-sono-pereira/"><strong>Della prima parte della mia vita</strong></a>, molti di voi già sapranno grazie ad Antonio Tabucchi, della seconda invece pochi sanno. Per carità, non che ci sia molto da dire ma visto che i ragazzi della redazione insistono... Venni qui dopo un lungo peregrinare da un paese all’altro, fuggendo da quel paese senza libertà che era diventato il mio paese, il Portogallo, negli anni ‘30. Arrivai subito dopo la guerra e mi trovai così bene da decidere di rimanere. La gente allora era accogliente, nel paese si respirava – grazie al clima di dopoguerra – una voglia straordinaria di fare, di ricostruire e anche io diedi il contributo. Oggi si direbbe che lo diedi da “straniero”, da “migrante”. Ma ero poi così straniero, cioè “estraneo” a questo paese? forse no, visto che sono ancora qui e considero questo paese come l’altra mia patria. <a href="https://rp.liberstudio.com/2008/07/25/il-cantante-vasco-e-la-questione-dell%E2%80%99identita/"><strong>Vedi anche questo post</strong></a>