L’indovino e il Coronavirus

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Carissimo amico,
tante se ne sentono in questi giorni.
“Avremo una recessione spaventosa.”
“Nessuno sarà lasciato indietro.”
“Nulla sarà più come prima.”
“Questa vicenda ci renderà migliori.”
“C’è il rischio di gravi tensioni sociali”.

E così vaticinando.

Angosciati, annoiati (abbiamo scoperto che si può essere annoiati e angosciati contemporaneamente), forzatamente liberi (anche questo un bel ossimoro!) dalle incombenze quotidiane, nella nostra mente ubriaca di ogni genere di informazioni provenienti da ogni dove, giochiamo a dadi col nostro futuro ipotetico.

Ricordo, in questi giorni di strade senz’auto e città deserte, un altro periodo che avrebbe dovuto cambiare il mondo: le domeniche dell’Austerity.
Il 2 dicembre del 1973 venne imposto il divieto di circolazione nei giorni festivi dei mezzi privati, velivoli e natanti compresi. Furono bandite insegne e scritte pubblicitarie luminose. I cinema chiusero alle 22:00. La pubblica illuminazione fu ridotta del 40%. Perfino la 200 Miglia di Daytona del 1974 si disputò sulla distanza ridotta a 180 miglia (sic!).
La crisi fu scatenata dalla guerra arabo-israeliana, dalla chiusura del canale di Suez e dalle aumentate richieste da parte dei paesi produttori di petrolio.
Fu lo “shock petrolifero”.

Mise il mondo industrialmente sviluppato di fronte alla limitatezza delle risorse, delle materie prime, delle fonti di energia in particolare.

Furono previste catastrofi frutto della carenza, se non addirittura dell’assenza delle materie prime. Fu immaginato dal “Club di Roma” (non da quattro scappati di casa, ma da politici, scienziati, capi di stato, premi Nobel) un medioevo prossimo venturo caratterizzato da una regressione della specie umana ad un livello pre-tecnologico, in un contesto basato sulla povertà e la lotta per la sopravvivenza.

Verrebbe voglia di scrivere alla Sciarelli: chi l’ha visto?
Oddio! Sciagure ce ne sono state e ce ne sono. Guerre. Miseria. Morte. Perfino pandemie. Ma ….
Beh, diciamolo sinceramente: mica tanto uguale a come ce lo avevano predetto.

Sto conducendo in questi giorni quello che più che un sondaggio è un gioco di società: chiedo ai miei conoscenti “ma tu l’avresti mai detto?”. E giù esempi: la caduta dell’URSS, le torri gemelle, la scomparsa della Democrazia Cristiana, Claudio Ranieri che vince la premier league con una squadra neopromossa, Berlusconi che fa la guerra a Gheddafi, Trump presidente degli USA, Elettra Lamborghini “influencer”, ecc.
Le risposte sono divertenti o angoscianti, dipende da come le si guarda: non avevamo previsto nessuno dei grandi avvenimenti e quasi nulla di ciò che avevamo previsto si è verificato.
“… la realtà è un uccello che non ha memoria devi immaginare da che parte va …. un uccello strano che non è mai uguale che non ha passato … come una storia che va avanti e quando credi di afferrarla è già più in la … un uccello strano che mi gira intorno non conosce regole né fedeltà…” Cantava il grande G.G.

Allora se il futuro sfugge alla nostra comprensione, se per dirla con Hayek, siamo perennemente immersi nelle conseguenze inintenzionali di atti intenzionali non sarà che in quella sfera di cristallo dove cerchiamo di conoscere il domani, come nella celebre illustrazione di Escer, ognuno vede riflesso solo se stesso?

Affettuosamente suo. Norman Bates

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