I baby-boomers alla prova del Covid-19

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C’è una generazione, sostanzialmente nata tra il 1946 e il 1964 in Nordamerica o in Europa, che ha contribuito a quello che fu un sensibile aumento demografico avvenuto in quegli anni, conosciuto, per questo, come baby boom.
E’ la generazione dei baby-boomers.
Hanno, costoro, avuto un ben singolare destino.
Nella fase della loro adolescenza/giovinezza si sono trovati ad “inventare” la prassi dell’essere giovane.
Intendo con questo non il mero attraversare di una età della vita che collochiamo all’incirca tra i 15 e i 25 anni. Si tratta di qualcosa di più: di senso di appartenenza, di condivisione di gusti, desideri, preferenze, perfino ideali, al di là di un consapevole credo politico.
Si tratta di identità.

Stiamo parlando di un periodo che va dal 1960 al 1978.

Prima di loro, ad esempio, esistevano vestiti per i bambini (pantaloni corti per i maschi, gonnellina plissettata e calzettoni al ginocchio per le femminucce) e vestiti per gli adulti (giacca, camicia e cravatta per gli uomini, abiti interi o tailleur per le donne).
Nasce, in quegli anni, la “moda giovane”: jeans, minigonne, camicie a fiori, e poi pantaloni a zampa d’elefante, stivaloni fino alla coscia, giacche di pelle, “zatteroni”, ecc.

Per un lungo periodo il modo di vestire (e di portare i capelli e la barba) sottolinea l’orientamento politico: camicia militare, jeans sdrucito e clark, il giovane della sinistra extraparlamentare; capello corto, ray-ban a goccia e stivaletto a punta, quello di destra; gonna larga e lunga fino ai piedi, boccoli (naturali o da parrucchiera) tenuti ribelli e zoccoli neri di legno, la giovane femminista …
E poi, pesanti camicie di flanella a scacchi rossi e neri da boscaiolo canadese, maglioni a treccia di pruriginosa lana irlandese, camicie senza collo “coreane” o “cinesi”, eskimo, loden, montgomery, qualcuno -i più coraggiosi- in ritorno dal Marocco o dall’Egitto – col caftano …

E con la moda, il cinema: la Nouvelle vague francese, la New Hollywood, il cinema “impegnato” italiano (Petri, Rosi, Pasolini, ecc.) e poi la (ri)scoperta di Buñuel, Bergman, Glauber Rocha e mille altri.

Il consumo musicale e la programmazione radiofonica subirono in quegli anni una autentica rivoluzione. Il rock in tutte le sue forme (rock ’n’ roll, progressive, hard, metal, glamour, ecc.) ma anche i cantautori (impegnati e no) divennero la colonna sonora delle vite dei ragazzi.
Una chitarra, un mangiadischi o un registratore a nastro o un mangiacassette divennero immancabili in ogni pic-nic, in ogni festa, in ogni serata in spiaggia.

I giovani cominciarono a viaggiare: autostop, inter-rail, fiat cinquecento o R4, i più fortunati, i più invidiati, un vecchio pulmino Volkswagen: nacquero le vacanze economiche. Tenda e campeggio libero. Nudismo e notti in spiaggia.

Non c’è giovane di quella generazione, di qualsiasi estrazione sociale, di qualsiasi regione, che non abbia condiviso molte di queste esperienze.

Con i consumi e gli stili di vita si andavano “costruendo” in quegli anni nuove relazioni interpersonali, specialmente tra uomini e donne: non più la ricerca del(la) fidanzato/a con cui convolare a nozze e costruire al più presto una famiglia, ma una ricerca di nuove modalità di vivere gli affetti e la sessualità. Conflitti spesso dolorosi: desiderio di libertà e insicurezza, coppie “aperte” e gelosia.

Ancora: le battaglie sociali e quelle per i diritti civili. L’impegno politico, sindacale, nel volontariato.

Con tutti i limiti che questa “storia” ha avuto, è comunque stata Storia: ha trasformato il mondo che c’era e l’ha consegnato diverso alle generazioni successive.
Forse non è stata una storia gloriosa, soprattutto stando al giudizio che ne ha dato la generazione successiva (denominata generazione X, per denotarne la mancanza di un’identità sociale definita).

Ora, quarantadue anni dopo il 1978, gli appartenenti a quella generazione non sono più giovani.
Ma non sono nemmeno più adulti. Adulti si è a 30, 40 anni, non a 60!
Ma non sono ancora vecchi.

Nel mondo dei consumi paiono essere un target appetibile a cui puntano i pubblicitari: non c’è réclame d’auto (e non solo) che non abbia come sottofondo musicale un successo rock degli anni ’70; abbondano le promozioni di prodotti contro l’affaticamento o l’incontinenza urinaria, per la tenuta della dentiera, contro le rughe o la caduta dei capelli.

Nel lavoro, spesso troppo vecchi per rappresentare soggetti su cui investire e troppo giovani per andare in pensione, li vediamo frequentemente galleggiare stanchi e sfiduciati ai margini di una corrente che corre sempre più veloce.

In famiglia, è probabilmente la prima generazione della storia dell’umanità che si ritrova tra i 55 e 70 anni con vecchi genitori da accudire e figli da sostenere, quando non da mantenere.

Non più giovani né adulti, non ancora vecchi, si ritrovano nuovamente a “inventarsi” come vivere una età che ancora non ha un nome.

La generazione che assume contemporaneamente il Prostamol e il Viagra, troppo vecchia per pensare di fare carriera e troppo giovane per andare in pensione, abbastanza vecchia per avere lo sconto sui treni e pagare un sovrapprezzo nel noleggio di un auto ma non abbastanza per acquisire (come ebbe a dire Woody Allen) “il diritto di essere orfano” ora questi uomini e queste donne scoprono che devono ancora lavorare per garantire un po’ di stabilità ai propri figli ma hanno già raggiunto l’età in cui sono a rischio Covid-19.

A tutti loro, uomini e donne, persi in questo mutamento di ogni parametro conosciuto non possiamo che indirizzare le indicazioni di un autentico guru (Jack Nicholson); tre semplici regole da tenere a mente per invecchiare bene:

approfitta sempre di una toilette;
mai sprecare una erezione (ndr: nel caso foste donne l’erezione in questione potrebbe non essere la vostra; non sprecatela lo stesso);
mai sottovalutare una scoreggia.

Buon invecchiamento a tutti/e alla facciaccia del virus e di chi ci vorrebbe morti per risparmiare sulle pensioni.

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Chiara
Chiara
23 Aprile 2020 18:17

Scritto benissimo, complimenti. Oggi, passando in corridoio, vedo la collega che guarda fuori persa nei pensieri. Mi dice che stava pensando alla proposta di proteggere gli ultrasessantenni dal Covid, ritardandone la ripresa sociale. Sarcastica, aggiunge che inoltrerà subito richiesta al Medico Competente di non venire più al lavoro. Poi sovviene a entrambe che il collega in questione ha più di 60 anni, quindi non ci sarebbe più nemmeno lui al lavoro! In ambito medico, dove già si registra una carenza preoccupante, senza i sessantenni sarebbe una tragedia.
Caro coronavirus, hai creato ben più problemi di quelli respiratori!

Gianna Callegari
Gianna Callegari
23 Aprile 2020 10:41

Ciao Norman, sei in gran forma, questa segregazione ti sta lucidando il pensiero. Questa società è confusa e poco lungimirante. Da un lato farebbe comodo risparmiare sulle pensioni, ma poi chi copre i buchi socio-culturali che si lasciano dietro nella loro corsa forsennata?