Il tempo al tempo del Fake

Voglio trovare un senso a questa storia

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Amico mio, posso proporle un veloce giochetto?
Provi a rispondere, senza tanto riflettere alla seguente domanda:
“Nella storia vennero prima gli Ittiti o gli antichi Egizi?”

Chiariamo subito che la risposta corretta è che furono sostanzialmente coevi, anzi -essendo stato l’impero Egizio ben più longevo- gli Egizi vennero prima e “finirono” dopo. L’apice della storia di entrambi fu rappresentato dalla battaglia di Qadeš nel 1274 a.C. dove le forze del faraone Ramses II combatterono con quelle dell’imperatore ittita Muwatalli II in un epico scontro -avvenuto al termine di un lungo periodo di guerre- che vide impiegati circa 6000 carri da combattimento.
Per completezza, pare che lo scontro finisse sostanzialmente in parità, ma ciascuno dei due “leader”, tornato in patria affermasse di aver riportato una vittoria strepitosa.
Ramses, in particolare, fece commemorare l’impresa con la costruzione di decine di templi sulle cui colonne e pareti erano raffigurate le proprie eroiche gesta e riempì le città di mastodontiche raffigurazioni di se stesso. E rimase, nei millenni, ben più famoso del rivale.
Ora si chiamerebbe propaganda politica, non so dirle come si definisse in egizio antico.

Ma torniamo a noi, dottor Pereira: anche lei ha risposto, come la maggior parte delle persone da me intervistate, che gli Ittiti furono antecedenti agli Egizi?
Non si preoccupi non è il solo. Quasi tutti rispondono così.

Vede: è tutta colpa di Gutenberg!
Di Gutenberg e della diffusione delle informazioni attraverso i libri, degli illuministi e della produzione industriale. E un po’, forse, pure di Sant’Agostino.

Mi chiederà: Che cosa hanno in comune costoro e cosa c’entrano con gli Ittiti? (E, soprattutto, come ci arriviamo alle fake news?)

Mi segua.
– La produzione industriale è “lineare”: si prende un bene (es. un pezzo di ferro) e attraverso una certa quantità di lavoro per un certo tempo viene trasformato in un altro bene. (ad esempio una spada o un ingranaggio).
– Il libro è anch’esso “lineare”. Va dalla prima all’ultima pagina. Impone una “narrazione” con un prima e un dopo. Trasmette l’idea che la storia (non solo la storia che sta raccontando, ma la Storia) si svolga su una “linea temporale”. Nei nostri libri di storia, il capitolo sugli Ittiti comunemente veniva prima di quello sugli Egizi. Ecco spiegato l’errore comune di credere che gli uni precedano gli altri.
– Gli illuministi, raccogliendo e secolarizzando l’eredità cristiana e l’elaborazione di Agostino posero nel futuro il “fine”, lo sviluppo, la meta, il regno della ragione come quello dei Cieli.
Seguirono “Città Future”, “Nuove Frontiere”, “Radiosi Avveniri”, fino alle moderne, cupe, distopie.
La modernità ha una visione del tempo come di una linea che comincia nell’infinito e termina nell’infinito. Una linea retta, senza interruzioni né ritorni.
E, com’è ovvio, una retta ha un “senso”, cioè una direzione, ma anche un significato. Tutti noi, uomini e donne nati e cresciuti nella modernità vogliamo trovare questo senso. Vogliamo “imparare dalla storia”.

“Voglio trovare un senso a questa storia” canta Vasco che viene dal moderno.
Ma poi ci precipita immediatamente nella post-modernità:
“anche se questa storia un senso non ce l’ha…Sai che cosa penso? Che se non ha un senso … Domani arriverà lo stesso. Senti che bel vento. Non basta mai il tempo. Domani è un altro giorno, arriverà”
Ecco: il tempo della post-modernità è fatto di momenti, puntiforme. L’evento, ciò che accade, si consuma nel tempo della sua narrazione, accade ora e poi svanisce. Anzi, ritorna nell’ombra.
Una giovane amica mi suggerì una volta questa metafora:
“Il tempo della post-modernità -mi disse- è come internet. Tutto è potenzialmente presente nello stesso momento, ma diventa “concretamente” presente al soggetto nel momento in cui questi accede a quella pagina, a quel filmato, a quel suono. E’ come se tutto fosse su un palcoscenico buio. C’è, ma non lo vedi. Poi si accende una luce a spot (l’hai fatto tu o qualcun altro, non importa) e tu vedi ciò che è illuminato, poi la luce si spegne e su quella “cosa” torna il buio. A volte, anzi spesso, le luci si accendono contemporaneamente o in rapida sequenza o solo per qualche istante in cui tu intravvedi a malapena la “cosa”. E sei confuso.”
Non c’è più un ordine che viene fornito al soggetto. L’ordinatore è il soggetto medesimo che, consapevolmente o spinto da algoritmi sconosciuti, va a raccogliersi i frammenti di storia per ricomporre la propria Storia.
Vediamo esempi nel cinema (21 grammi, Magnolia, Babel, lo stesso idolatrato Pulp Fiction) dove il montaggio, che spezza le trame e mescola tempi e spazi, inizialmente lasciava spiazzato lo spettatore che poi ha imparato a ri-costruire la storia.
Lo stesso in letteratura.

Il luogo privilegiato per cogliere l’essenza della narrazione post-moderna della storia è la comunicazione politica. Un luogo dove si scontrarono in passato grandi “racconti lineari” che vedevano nella Storia un disegno ed un fine e che sembrano ormai appartenere ad un’epoca tramontata. Ora il mezzo (che, come disse McLuhan, è il messaggio) è il Tweet, il post, la diretta Face-Book. La comunicazione è lanciata come un sasso e lasciata rotolare giù per la montagna. Il suo percorso non è lineare (né interessa che lo sia). Tutto avviene a livello emozionale ed im-mediato. Non si parla al raziocinio dell’interlocutore, ma alla sua emozionalità.
Se una volta il politico parlava affinché i suoi militanti capissero, ripetessero, convincessero e facessero proseliti, ora si chiede di “condividere”, di mettere un like, di reagire e poi di non pensarci più.
Non importa se è vero. Devi dire “mi piace”, non “mi convince”.
Non importa nemmeno che ciò che ho “condiviso” ora sia coerente con ciò che ho “condiviso” ieri o “condividerò” domani. La coerenza non è offerta né è richiesta.
La menzogna, in questa logica, non può essere smentita perché cessa, per definizione, di essere vera subito dopo essere stata ascoltata. Come, del resto, la verità.

El fisegno de la razonDi verità non dimostrabili e di falsità non smentibili è fatta la narrazione politica post-moderna.
Nulla è validabile, nulla viene scartato.
Il tempo è, insieme, effimero ed eterno. Dura un niente, ma rimane sempre lì.
Pensi, amico mio, al “ripescaggio” di vecchie notizie o filmati, rimasti magari nel buio del palcoscenico per anni, e riproposti come attuali e subito dopo nuovamente dimenticati.
Quando ritrasmettiamo un messaggio, ciascuno di noi diventa, in questo gioco, la tessera del domino che cade per la spinta ricevuta e nel suo cadere trasmette la spinta ad un’altra tessera.
Su quel palco buio, dove le luci si accendono disordinatamente, pare si sia addormentata la ragione e noi sappiamo che, se la ragione da sola non ci basta, “il sonno della ragione genera mostri”

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