
Inizia tutto in una farmacia comunale. Sto cercando di telefonare a casa (in Cile le cabine del telefono sono dentro le farmacie, ma è una storia lunga…) quando mi accorgo che l’uomo accanto a me parla con un accento familiare. In breve tempo si confermano i miei dubbi: ho davanti a me Leonardo, un napoletano DOC di una trentina d’anni circa. Porta una custodia rigida in pelle nera ma non penso voglia svaligiare la farmacia. Dice che suonerà questa sera alle otto al Parque O’Higgins e mi invita al suo concerto apparentemente gratuito.
Accetto volentieri e ci vado per davvero.
All’entrata del parco scorgo un palco in lontananza che, passo dopo passo, diventa sempre più grande. C’è gente ovunque, anche sugli alberi. Oh, dico davvero. Sto cercando di immaginarmi quale possa essere il ruolo di quell’ometto con baffi e occhiali che ho incontrato oggi in farmacia. Dopo qualche minuto intravedo il suo volto tra la folla. Mi avvicino chiamandolo per nome. Non fa una piega. Penso che mi abbia detto un nome fasullo. Il quarto tentativo ha successo, Leonardo si gira e mi viene incontro. Mi abbraccia e mi ordina di seguirlo. Apre le transenne del backstage con nonchalance e, con mio sommo sbigottimento, nessuno dei cinque Giganti-Neri-Uomini-Picchiatori oppone resistenza. Sono dentro. Sono nel bel mezzo di una suntuosa festa di straordinarie proporzioni. Mi siedo ad un tavolo imbandito e, una volta constatata la gratuità della bontà presente tutt’attorno, mangio come se fosse il mio ultimo giorno di vita. Tra una parola ed un crostino riesco a chiarire tutti i cinque dubbi che mi stavano turbando da circa una ventina di minuti:
1) Chi è Leonardo realmente?
2) Cosa sta succedendo dietro al palco?
3) Cosa succederà sul palco?
4) Rischio di essere picchiato se resto qua dietro senza lasciapassare?
5) C’è rimasto ancora un pò di Teriyaki di Tofu?
L’Orchestra Teatro San Carlo di Napoli, la più vecchia del mondo, è nel bel mezzo di una straordinaria tournée sudamericana. Per questa tappa, totalmente gratuita, è stato scelto l’mmenso Parque O’Higgins. Migliaia di cileni sono accorsi da tutte le zone del paese sistemandosi ovunque: dalla lontanissima collina alle sedie sottostanti, passando per un’infinità di stuoie adagiate nell’immenso prato verde. Le venticinquemila persone presenti faranno di questo concerto l’evento dell’anno.
Leonardo è uno dei tanti fiati presenti sul palco, forse il più simpatico. Non è vero, non conosco gli altri. Il mio tempo è scaduto, il concerto sta per iniziare. Devo abbandonare il backstage per ritornare da dove sono venuto, ovvero tra gli altri normali esseri umani.
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(tra l’altro Leonardo è quello che si vede nel video in assolo a 0:39)
Il concerto inizia al meglio, ma inizia alle mie spalle. Devo cercare un posto dove non dia fastidio a nessuno. Ma non è poi così facile, non c’è spazio nemmeno per un corpo di centosettantanove centimetri e settantuno chili. Ho la malaugurata idea di chiamare Felipe. Se non ricordo male diceva che sarebbe venuto. Mentre parlo al telefono (concerto alle spalle e quindi migliaia di facce rivolte verso di me) cerco di individuare il mio amico santiagueño tra la folla.
Quelle classiche situazioni in cui chi attende dice:
– Sono qua, non mi vedi? …io ti vedo! Sono quello col braccio in alto… –
In pochi minuti riesco a pestare di tutto: caviglie, bottiglie di birra, polsi, zaini, coperte e chi più ne ha più ne metta. Arrivo finalmente a destinazione e mi arrendo, esausto, all’erba verde del gigantesco prato. Il concerto prosegue alla grande tra emozioni, lacrime e scroscianti applausi. Ad un tratto un bagliore riscalda la mia schiena. Solo quando mi giro realizzo che è una troupe di giornalisti che, accortasi del mio accento italiano, si sta preparando per farmi un’intervista. Potessi scegliere, viste le condizioni in cui verso in questo momento, preferirei studiare per un ipotetico compito di geografia dell’indomani. Si accertano di come abbia fatto a venire a conoscenza dell’evento. Mi chiedono se venga dall’Italia appositamente per questo concerto. Mi porgono forse troppe domande. Con inaspettato orgoglio rispondo semplicemente che dall’Italia scappo spesso, dagli italiani pure. Ma quando vedo atmosfere come questa create gratuitamente da miei connazionali, quando vedo venticinquemila persone commuoversi di fronte a una cultura che non è mai stata seconda a nessuno e quando anche io per un giorno riscopro le mie radici musicali, beh, di essere italiano sono veramente fiero.
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il nome del flautista non era “Leonardo” ma Bernard. Evidentemente, in mezzo alla confusione generale, avrai capito male o lui non avrà scandito bene il suo nome.
Le nostre radici fondano nell’umanesimo e nel rinascimento. Dopo il buio della controriforma si sono riscattate nel risorgimento ma poi si sono di nuovo perse sino alla liberazione ottenuta anche grazie alla resistenza e ai suoi sacrifici. Ora è però tempo di una nuova resistenza, di un nuovo risorgimento, se non vogliamo rischiare di perdere definitivamente la nostra dignità di popolo e nazione.
Io ricordo un momento in cui l’intera nazione si sentì fiera della sua bandiera. Purtroppo fu quando la nostra nazionale vinse i mondiali battendo la Francia in finale. Poi basta, routine, immigrazione, partiti, prezzi, inflazione. Le solite cose. Che peccato.
L’Italia vince partite di pallone come fossero guerre e perde guerre come fossero partite di pallone. Lo disse Churchill e, quando lo lessi, ricordo che mi arrabbiai. Poi mi arresi, ahimé, aveva ragione.
Mauro,
è bello sentirsi italiani, ma è brutto il fatto che questa sensazione la proviamo solo quamdo siamo fuori dall’italia;
Sentirsi italiani in italia a volte è faticoso e vergognoso.
gracias para hacerme revivir con tu viaje el calor de america latina
Ciao Mauro,
bell’articolo e bella storia. Purtroppo però hai ragione ad usare il passato porrimo quando parli di “una cultura che non è mai stata seconda a nessuno”. Speriamo che non si debba un giorno usare il passato prossimo.
Gongolarsi nelle glorie passate é molto bello, ma è anche pericoloso. Te lo garantisce uno che viene da una città che sui ricordi di grandiosità ci campa da duemila anni.
hasta luego, fab
Hai ragione, è bello essere all’estero e sentirsi orgogliosi dell’Italia. Una sensazione purtroppo sempre più rara. Speriamo nel futuro senza mollare.