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Machu Picchu è ormai alle spalle. Segno un “bravo” in più in un’agenda inesistente. Sto tornando a Cuzco a bordo di un autobus locale, ma all’improvviso l’autista ferma il mezzo. Il cammino è completamente ricoperto di massi. Mi affaccio dal finestrino e vedo in lontananza dei pneumatici infuocati che giacciono a bordo della strada. Qualcosa è andato storto. Scendo assieme all’autista, tutti gli altri restano ai loro posti. Sono un vecchio pensionato che si accerta che i lavori proseguano alla perfezione. In breve tempo si materializza un mega sciopero generale, il corteo ci ha ormai raggiunti. La strada che divide Cuzco da Quillabamba è totalmente inaccessibile. Migliaia di contadini e membri delle comunità indigene andine si sono riversati per le vie delle rispettive città, ostacolando la viabilità a qualsiasi mezzo di trasporto. Non ho mai visto niente di simile. Si narra che nella città di Quillabamba l’afflusso di manifestanti sia del 100%.

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Il motivo che ha generato l’incredibile esplosione di livore è molto semplice. L’ho spiegato anche a Felipe, un bambino di otto anni, prima di metterlo a letto. Gli ho detto: da sempre i contadini peruviani comprano il gas peruviano e pagano 2 ipotetici soldi di cioccolato per ogni litro. Poi, un giorno, il governo peruviano riceve dall’estero un offerta che non può rifiutare: i cattivi possono pagarlo 8 soldi al litro invece che 2. Incredulo, il governo vende tutto ed iniziano a materializzarsi diverse pompe per l’estrazione e dei condotti diretti fuori dal paese. Ma il Perù non può rimanere senza gas altrimenti i peruviani si arrabbiano e quindi il governo peruviano decide di comprare il gas dalla Bolivia, pagando 6 soldi di cioccolato per ogni litro. Una bella mossa, contando che il guadagno è di 2 soldi di cioccolato ogni litro, si potrebbe pensare. Ma dei poveri contadini che ora devono pagare il gas tre volte tanto non importa a nessuno. Vabbé, staranno al freddo per qualche giorno. Tanto a tremila metri sopra il livello del mare il riscaldamento non serve.

Felipe non ha dormito ma ha capito.

Incredibilmente riusciamo, svalicando una terribile montagna, a raggiungere la città. Tutt’intorno sembra carnevale. Mi unisco ai manifestanti senza esitare. In pochi minuti conosco decine di persone che, avendo notato che c’è un rubio tra la folla, mi fanno una serie di infinite domande sul mio paese di provenienza. Tutti insieme si marcia prepotentemente, talvolta gridando a squarciagola. Ma qui non è come a scuola: i motivi rasentano l’essenziale. Si vede dallo sguardo delle persone, per nulla rassicurante, il disagio diffuso nella popolazione. Il problema non sarà una qualsivoglia riforma di quelle alle quali siamo abituati noi del primo mondo, bensì il freddo dell’inverno che verrà. La vita viene troppo spesso messa in discussione qua. Giorno dopo giorno i miei pregiudizi scompaiono e le mie pretese pure. Fate di me ciò che volete, voi gente umile.
Grazie di cuore.

Lo sciopero durerà ben undici giorni.

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